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Coronavirus Milano - Cronaca

Tarek Mohamed, 24 anni e 140 chili: prigioniero a letto da venti mesi tra malattie e incomprensioni

Il giovane egiziano ha il corpo deformato da un incrocio di patologie congenite e trascurate. Passa le giornate pressoché immobile nel letto. La famiglia è molto povera, il padre ha perso il lavoro …

L’ultima volta che è uscito da quel bilocale è stato nell’aprile 2019. Ma non dalla porta. Perché per condurlo fuori di casa è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco, che sono arrivati fino a a lui dalla finestra della stanza in cui da anni si sta consumando la sua gioventù e da quella stessa finestra — non senza faticare — sono riusciti a calare la sua mole da un quintale e mezzo fino a terra. Dopodiché, comunque, Tarek non ha potuto assaporare l’aria fresca della serata, né guardarsi attorno tra le luci della metropoli: la rovinosa e irrimediabile caduta nel bagno di casa si è infatti tradotta soltanto un viaggio di andata e ritorno all’ospedale. E da quel giorno il mondo per lui, è fatto di un letto, quattro mura e una finestra.

Quella che si consuma al secondo piano di via XX Settembre 3 a Corsico è una storia di prigionia e invisibilità. Lui, Tarek Mohamed, egiziano di 24 anni, intrappolato nel quintale e mezzo di un corpo deformato da una congiura di patologie dalle diagnosi tardive o disperse. La sua famiglia, padre e madre e un fratello, costretta a occuparsi di lui a tempo pieno, ad annaspare con una condizione di precarietà economica e relazionale, sulla quale la crisi da pandemia ha inferto il colpo di grazia. Eppure le speranze della famiglia Mohamed sembravano aver trovato un approdo, quando — dodici anni fa — il capofamiglia, che già lavorava come muratore da qualche anno, si è fatto raggiungere dalla moglie e dai due figli. Tarek aveva 12 anni e, nei frammenti di racconto di suo fratello, «stava bene» e «andava a scuola». Ma quando ha raggiunto le superiori il suo passo pesante è peggiorato. Trascinava un piede, spiega il fratello mimando il gesto per sopperire al suo smozzicato italiano.

La barriera linguistica rappresenta una costante nella vita ai margini della famiglia, che si insedia a Milano, tra lavori in cantiere o dovunque si possa del padre e il piccolo salario che il figlio maggiore rimedia facendo le pulizie in un fast food. La mamma resta a casa, perché deve occuparsi del figlio minore, che a vista d’occhio si trasforma in un ragazzone grande e grosso, sorridente ma sempre più affaticato e lento in ogni gesto.

Tarek viene sottoposto più volte all’attenzione dei medici, che impazziscono per riuscire a capire e a farsi capire, e che — tra la primavera e l’autunno 2018, tra l’ospedale Niguarda e la Fondazione Don Gnocchi — tratteggiano i contorni di un incrocio di patologie congenite e trascurate. Sarebbero necessari esami, terapie, attenzioni. Tarek riceve molto affetto, la mamma ha solo gesti e parole amorevoli per lui, ma una famiglia che combatte all’arma bianca per la sopravvivenza quotidiana non riesce ad andare molto oltre.

Così, nel nomadismo metropolitano tipico degli invisibili, si arriva al bilocale di via XX Settembre a Corsico, dove oltre ai 140 chili di corpo malato e inamovibile di Tarek, a tenere tutti prigionieri è la povertà definitiva. La pandemia si ingoia le poche opportunità di lavoro, nonostante l’ostinata ricerca del capofamiglia. Quattro persone appoggiate sulla cassa integrazione relativa al part-time del figlio maggiore. Per questo, il giorno in cui la signora Pina Andrello — uno dei motori dell’associazione «La Speranza», che distribuisce aiuti alimentari tra i poveri della cittadina — incrocia le lacrime della mamma di Tarek scatta l’allarme umanitario. «Non risultano residenti a Corsico ma a Milano, i servizi sociali non si occupano di loro — spiega la signora Andrello —, noi li aiutiamo con il cibo, ma non si può abbandonare una famiglia in quelle condizioni».

Tarek, intanto, continua a spendere le giornate pressoché immobile nel letto, dove viene nutrito e lavato, con la sola compagnia della tv, di un vecchio computer portatile e della mamma, comunque capace di sorrisi e bei gesti. Persino l’orizzonte della finestra è irraggiungibile. Il 20 settembre scorso il personale dell’ambulanza non è stato in grado di trasportarlo. E lui non stava abbastanza male da giustificare l’intervento dei pompieri.

15 dicembre 2020 | 05:33

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