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Coronavirus Cronache

Una vacanza in Italia: nella mia Versilia, un carnevale di turisti (senza maschere)

Una vita di vacanze a due passi da dove sono nato. Mare e Apuane, ma tutti cercano i locali «esclusivi» …

«Dove vai in vacanza?», è la domanda classica dell’estate. Temibile, inevitabile, come «cosa fai a capodanno?» verso fine dicembre, e «ma quando lo trovi un fidanzato?» alle ragazze che stanno benissimo da sole. Eppure, dove vivo io, la risposta è semplice e definitiva: in vacanza non vado da nessuna parte.

Sono nato in Versilia, sul mare, e «la gente spende un sacco di soldi per venire qui, io che ci abito me ne devo andare?». Era la risposta fissa del mio babbo, quando la mamma buttava là l’idea di un viaggetto. Ma anche lei lo diceva così, giusto per bisticciare un po’, perché se vivi in un posto di mare le vacanze estive non esistono, anzi è l’unica stagione in cui lavori veramente. Arrivano i turisti, le strade e i negozi rimasti deserti per dieci lunghissimi mesi all’improvviso si gonfiano di persone, andare in ferie adesso sarebbe come chiudere i fiorai a San Valentino, come mandare via le ambulanze in attesa alla festa della birra: non si va da nessuna parte, adesso si resta qui e si combatte.

E non puoi nemmeno lamentarti, perché appena stacchi dal lavoro puoi goderti le bellezze di questo posto unico, scegliendo tra il mare e la montagna. Infatti si tende a chiamare Versilia solo la costa, allungandola dal confine ligure giù fino a Pisa, ma la magia vera di questa terra è l’unione della spiaggia con le Alpi Apuane, che arrivano a duemila metri e stanno là dietro alla distanza giusta, non troppo lontane da svogliarti né troppo vicine da incomberti addosso coprendo l’orizzonte. È questa mistura estrema e insieme equilibrata a rendere la Versilia un luna park delle possibilità, dove puoi salire in cima ai monti e guardare le poiane che ti volteggiano sopra, poi lanciarti in discesa e dopo una ventina di minuti stare sulla riva a seguire il volo dei gabbiani.

Questa è la sua anima vera, ricca e varia e possente, anche se tante persone ci vengono in vacanza da decenni e non hanno idea di cosa ci sia più in là del viale a mare e delle boutique del centro. Sanno però elencarti i locali più chic dove radunarsi per il culto dell’aperitivo, ed è proprio per questo che ogni pomeriggio lasciano il mare nella sua ora più favolosa, quando il sole impacchetta ogni cosa con la sua luce struggente. Per la fortuna dei pochi che restano a goderselo, quasi tutti corrono a casa o in albergo a vestirsi bene, gli uomini in gonfie camicie bianche, le donne in tacco alto, poi di corsa a bere e mangiare, parlando di dove andranno subito dopo a cena.

I locali più amati sono sempre i soliti, cioè quelli dove si paga di più. Perché in questo modo riescono a essere «esclusivi», e questo è l’aggettivo che ci seduce. Sarebbe pure negativo, visto che esclusivo viene da «escludere», ma ammanta il luogo di prestigio e privilegio, e ci fa sentire bene: se io posso andarci e tu no, vuol dire che sono migliore di te, e allora è falsa e bugiarda la sensazione che ogni mattino mi prende il cuore al risveglio, di essere un grandissimo idiota.

Così la parola «exclusive» trionfa nei contesti più disparati, all’entrate dei bar, delle discoteche, dei negozi per bambini e di quelli che noleggiano le biciclette. E va a braccetto con un’altra, corta ma enorme: «vip», Very Important Persons. È il desiderio più banale e diffuso, quello di sentirsi unici, importanti, preferiti, selezionati. E infatti tutti si infilano in quei posti lì, sempre stracolmi di gente.

Sempre, ma quest’estate più che mai. In teoria ci sarebbe il virus, e un distanziamento da mantenere per contrastarlo, ma a guardare in giro trovi qualsiasi reazione tranne le mezze misure: le persone che stanno attente sono poche ma attentissime, e sanificate e mascherate si perdono in mezzo all’oceano degli altri che invece sommamente se ne fregano. Certe sere mi fermo a guardarle intenerito, quelle anime prudenti, e sembrano monaci eremiti in pellegrinaggio verso un eremo, che finiscono travolti dal carnevale di Rio. Un carnevale fatto di gente che balla e si abbraccia, e la mascherina non la tiene nemmeno al polso perché fa caldo, o fa tristezza, oppure — come ho sentito dire l’altro giorno da una signora di Pistoia —, «la mascherina porta sfortuna».

E allora ecco, ci affidiamo ancora una volta a Lei, la Fortuna. Che ci voglia bene come una mamma ai bimbi disobbedienti che fanno il bagno troppo presto dopo pranzo, e risolva i nostri problemi per noi. Che intanto cerchiamo di star bene, e accumulare il sole e il sale sulla pelle e nell’anima, per farli durare anche nel mistero che ci aspetta dopo quest’estate sbilenca, confusa, sciagurata e insieme meravigliosa. Proprio come noi.

11 agosto 2020 (modifica il 11 agosto 2020 | 22:03)

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