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Vaccino coronavirus, nei laboratori dell’Irbm di Pomezia: «I cittadini già chiamano per avere le dosi»

L’ad Pero Di Lorenzo: è la fase finale, con l’istituto Jenner di Oxford aspettiamo le autorizzazioni …

Pomezia, pochi chilometri da Roma, 22 mila metri quadrati di laboratori distribuiti su 80 ettari. Da fuori sembra un normale stabilimento. Dentro c’è il meglio della tecnologia biomedica. È qui che si sta lavorando su uno dei vaccini anti-Covid. Il presidente di Irbm, Integrated research in biotechnology & medicine, è Piero Di Lorenzo, 69 anni, nato a Telese in provincia di Benevento, a Roma da 57, laurea in giurisprudenza, ex salesiano. Che un bel giorno decide di acquistare l’Irbm, uno dei più vicini al traguardo.

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L’accordo per 400 milioni di dosi

Da consulente di Merck Sharp & Dhome, Di Lorenzo ha imboccato la via della scienza, convinto che un manager industriale se ha competenza sia in grado di gestire qualsiasi azienda purché non abbia la presunzione di fare scelte in un campo non suo: «Nel 2009 Merck ha messo in vendita Irbm. Fui incaricato di trovare una cordata di compratori. Dopo molteplici rifiuti fui spinto dalla multinazionale a tentare io stesso l’avventura imprenditoriale».

All’epoca, Irbm a bilancio Merck valeva 140 milioni, senza il valore aggiunto attuale. Tutto da reinventare, fatturato zero, niente clienti. Il sogno era trasformarlo in un punto di eccellenza per la ricerca di nuovi farmaci, non in un semplice fornitore di servizi, investendo in cervelli. Nel gruppo lavorano 250 professionisti di gran livello, età media 39 anni, i due terzi donne. I colloqui per entrare durano un giorno. Non si timbra il cartellino, valgono senso di responsabilità e amore per la ricerca.

La sfida al vaccino comincia così: «A gennaio i cinesi postano il sequenziamento del gene della Spike, la proteina che il Sars-CoV-2 utilizza per agganciarsi alle cellule umane. In 15 giorni l’istituto Jenner la sintetizza. Una volta pronto l’inoculo virale, ci chiamano per utilizzare la nostra expertise nel campo degli adenovirus, i virus del raffreddore dei macachi che, disattivati, svolgono la funzione di navicella per trasbordare l’inoculo virale all’interno dell’organismo e ottenere la reazione immunitaria». I ricercatori della divisione Advent-Vaccini, creata assieme al genio biologo Riccardo Cortese, ora scomparso, impiegano altre due settimane per adattare l’adenovirus al nuovo ospite. Poi arriva la multinazionale AstraZeneca che si impegna a produrre 2 miliardi di dosi entro il 2021. Se va bene.

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Da Pomezia oltre alle fiale per la sperimentazione uscirà una parte di quelle per la popolazione. «I cittadini telefonano per averle, non immaginando che vengono catalogate e rispedite a Oxford». Altri progetti nel cassetto? Appena siglato un accordo con Merck per cercare in partnership un farmaco pan-coronavirus, efficace contro tutta la famiglia di Sars-CoV-2. Individuata la via.

1 agosto 2020 (modifica il 1 agosto 2020 | 22:09)

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