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Coronavirus Cronache

Viktorija Mihajlovic: «Mio padre Sinisa sergente anche a casa, ma la malattia lo ha reso più empatico»

La figlia dell’allenatore del Bologna racconta in un libro i mesi più duri dell’ex campione dopo la scoperta della leucemia: «Ora è tornato a correre a bordo campo» …

Il video uscito sui siti di Sinisa Mihajlovic che torna a correre, a bordo campo, dopo la leucemia, smagrito, svuotato, eppure indomito, è una di quelle immagini che arriva al cuore. Sua figlia Viktorija l’ha visto e si è commossa: «Fino a ieri camminava e basta, questa è la prima volta che si allena e io so quanto lo desiderava. Vederlo è stata un’emozione. Mi è tornato in mente quando l’ho visto dopo il primo ciclo di chemioterapia: ne aveva fatte 13 in cinque giorni, era in ospedale, le gambe di colpo secche nei calzoncini, le orecchie che sembravano enormi perché aveva perso i capelli. L’ho abbracciato e non ho sentito la sua stretta. “Non ho molta forza”, mi ha detto. Non so come sia riuscita a non piangere. Ho pianto dopo». Viktorija, 23 anni, è la maggiore dei 5 figli che l’allenatore del Bologna ha avuto da Arianna, sposata 25 anni fa. Molti la conoscono perché è stata all’Isola dei famosi, ma da quando suo papà si è ammalato, nel luglio scorso, è tornata a dedicarsi agli studi di Psicologia, perché lui le ha sempre detto «se studi, papà farà tutto per te». Ora, Viktorija ha scritto un libro, Sinisa, mio padre, in uscita il 19 maggio per Sperling & Kupfer.

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Viktorija, perché questo libro e perché adesso?
«Perché davanti al rischio che papà morisse ho pensato: non ce la farò, ma poi ho scoperto che la forza ti esce. E voglio dirlo a tanti che vivono la stessa situazione».

Lui come vi ha comunicato la diagnosi?
«Tutti noi eravamo in Sardegna al mare e lui a Bologna. Ha telefonato a mamma, che ha un carattere forte e gli ha detto subito “stai tranquillo, ce la faremo”. Poi mamma l’ha detto a noi, a me per ultima, perché sa che non controllo le emozioni e che ho la fobia degli ospedali. Da sempre, la mia paura più grande era che mamma o papà stessero male. Mia sorella è venuta a chiamarmi e aveva la faccia sconvolta. Ho pensato di aver fatto io qualcosa di male. Non capivo cosa. Papà era uno sportivo, giocava a Paddle tre ore di seguito, era inimmaginabile che stesse male».

Com’è stato saperlo?
«Mi sono accasciata per terra, mi ripetevo che non poteva essere successo a noi, proprio a lui che ha già sofferto tanto, che è cresciuto povero e sotto le bombe, in Serbia. Ho urlato, pianto, spaccato tutto. E desideravo solo essere figlia unica, perché pensavo che quello era un dolore troppo grande per i miei fratelli. La parola leucemia, per me, significava morte certa».

Ora lui come sta?
«Bene, anche se la sua è una malattia infida, non puoi mai dirti fuori pericolo. Dipende da che leucemia hai. Però papà è stato forte e fortunato, perché ha sopportato tre cicli di chemio, ha trovato un midollo compatibile e fatto il trapianto, e non si è mai perso d’animo. Seguiva gli allenamenti al computer e il giorno in cui è uscito dall’ospedale, senza aver mosso prima un passo, è andato dai suoi calciatori».

Che famiglia era, la vostra, prima di quel 12 luglio?
«Unitissima. Mamma e papà vengono da realtà difficili: papà era così povero che come regalo di Natale poteva scegliere fra una mela e una banana, mamma è nata in un quartiere popolare di Roma. Ma noi figli, che abbiamo tutto, ci sentiamo a casa anche lì o a Novi Sad, da zii e nonni, perché così siamo stati educati. Papà era il “sergente Sinisa” anche a casa. Quello che a tavola devi finire tutto e non si guarda il cellulare, quello che tutti i lunedì, suo giorno libero, veniva a parlare con la preside perché io sono sempre stata ribelle: non sopporto le ingiustizie e rispondevo ai professori. Per cui, lui mi metteva in punizione. Una volta, dopo due settimane chiusa in casa a giugno perché avevo preso due debiti a scuola, lo imploro di farmi uscire e lui: vai sul balcone».

Era mai tenero?
«C’era ance il papà buffo che faceva ridere noi bimbi facendo il clown, cadeva per terra, si toglieva il calzino e ce lo lanciava. Da adolescente, siamo stati in conflitto, ma la rivelazione di questi mesi, me l’ha fatta la mia psicologa: ha detto che non m’innamoro mai perché faccio confronti impossibili con mio papà».

La malattia ha cambiato lui o i vostri rapporti?
«È più empatico. Si commuove per il messaggio di un amico e, prima, mi abbracciava, ma il dialogo non c’era, mentre ora parliamo. Un giorno, gli ho dato lo sciroppo, lui ha fatto “aaah” e si è lasciato imboccare come un bimbo».

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7 maggio 2020 (modifica il 7 maggio 2020 | 23:37)

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