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Coronavirus Esteri

Woodward ha atteso 6 mesi: doveva dire subito che Trump minimizzava sul virus?

Secondo i critici era interesse nazionale: avrebbe potuto salvare delle vite rivelando che la Casa Bianca conosceva i veri rischi dall’inizio. Lui replica: le informazioni andavano verificate e contestualizzate. «Con questo presidente non sai mai se ti dice la verità» …

Era il febbraio 2020 quando Donald Trump disse a Bob Woodward di sapere che il coronavirus è assai più rischioso di quanto dichiarasse pubblicamente. Ma Woodward ha aspettato 6 mesi prima di pubblicare le rivelazioni nel suo libro Rage. Così, accanto alle polemiche che investono il presidente, ce n’è una che riguarda il celebre giornalista del Watergate. Non avrebbe dovuto diffondere quelle notizie mesi fa, trattandosi di una questione di vita o di morte, di interesse nazionale? Woodward non è certo il primo giornalista ad aspettare l’uscita del suo libro per comunicare informazioni significative, ma David Boardman, rettore della scuola di giornalismo della Temple University ed ex direttore del Seattle Times, è tra coloro che si chiedono se «sia ancora etico fare una scelta del genere». Non lo è, secondo John Stanton, ex capo-desk di Washington per BuzzFeed: «Se c’era la possibilità di salvare una singola vita, doveva farlo. Invece ha messo il denaro al di sopra del dovere professionale».

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La spiegazione del giornalista

Margaret Sullivan, editorialista del Washington Post scrive che anche qualche lettore si è posto lo stesso quesito: «Sarebbe stato utile avere queste informazioni in primavera, sia per far capire la gravità della malattia, sia perché avrebbe spinto l’Amministrazione a fare di più». Woodward ha risposto a Sullivan che non aveva, in effetti, alcun impegno a pubblicare le interviste con il presidente solo nel libro, ma il suo obiettivo era di fornire un contesto più ampio di quello che si può trasmettere con un articolo. Un libro come Rage, insomma, è ai suoi occhi una «seconda bozza della Storia» (l’editore del Washington Post Phil Graham definiva il giornalismo «la prima bozza della Storia»). Inoltre, Woodward spiega che a febbraio non sapeva quale fosse la fonte di Trump sui rischi del virus: in quel periodo non c’era panico, nemmeno da parte di Anthony Fauci; solo a maggio apprese che il presidente aveva ricevuto un briefing dell’intelligence già a gennaio. «Il problema più grande, che è sempre un problema con Trump, è che non sapevo se fosse vero». Ci vollero mesi insomma per contestualizzare quelle rivelazioni. «Il mio lavoro è di capire, di far sì che lui sia responsabile per le sue azioni. E lo sono anch’io».

Fare la differenza

La spiegazione non ha convinto tutti: avrebbe comunque potuto pubblicare la storia in tarda primavera, quando era chiara la forza distruttiva del virus e le conseguenze di averla minimizzata. «I sostenitori di Trump avrebbero potuto agire in modo molto diverso se avessero saputo che il Covid era una cosa seria», commenta Jessica Huseman di ProPublica. Sullivan conclude di non essere certa che avrebbe fatto la differenza: «La Casa Bianca avrebbe potuto negare tutto, quelle frasi sarebbero state subito dimenticate, nel costante susseguirsi di scandali e bugie». L’obiettivo di Woodward è il 3 novembre. «Sapevo che avrei pubblicato il libro prima delle elezioni».

10 settembre 2020 (modifica il 10 settembre 2020 | 14:17)

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Sorgente articoli: Vai

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