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A rischio una generazione di nuovi avvocati, per il virus saltano gli esami di abilitazione

Rinviate dal ministro Bonafede le prove previste a dicembre per l’aggravarsi dell’epidemia. Vanno avanti le interrogazioni in presenza ma le commissioni saltano di continuo per malattia o quarantene. L’accesso alla professione diventa un rebus. Studenti e associazioni: “Prova… …

Commissioni decimate, sessioni saltate, scritti rinviati. Quest’anno il cammino per diventare avvocati è un percorso a ostacoli, avvolto nella nebbia. E per i quasi 25mila giovani che ogni anno si presentano alle sessioni di abilitazione la fine del tunnel è ancora lontana. Non solo. Perché tra ritardi e pandemia il rischio è che si crei un imbuto e l’accesso alla professione resti bloccato per un paio di anni.

Per spiegare meglio: gli esami scritti per l’abilitazione forense previsti per il 15, 16 e 17 ottobre sono stati stoppati causa Covid. Una nuova data ancora non c’è, ma la prova si terrà, nel migliore dei casi, la prossima primavera. Ad annunciarlo, dopo il Dpcm che ha provvisoriamente diviso l’Italia in tre e stabilito lo stop a tutti i concorsi ad eccezione di quelli per la professioni sanitarie, è arrivata ieri una comunicazione (attesa da settimane) del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.

“L’aggravamento della situazione sanitaria e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d’avvocato” ha scritto su Facebook. “Mi dispiace dover dare questa comunicazione ai tanti aspiranti avvocati che si apprestano ad affrontare questa importante tappa della vita professionale” ha aggiunto il ministro, giustificando i ritardi nelle comunicazioni con la necessità di prendere “il tempo necessario per vagliare e confrontare tutte le possibili soluzioni (compresa quella di una maggiore parcellizzazione degli esami) che permettessero di evitare lo slittamento”. Tuttavia, conclude Bonafede, “”di fronte all’evoluzione del quadro epidemiologico, il rinvio rappresenta purtroppo una scelta obbligata supportata anche dal ministero della Salute”.

Anche se il Dpcm sospende le prove, per ora, solo fino al 3 dicembre, il ministro ha voluto chiarire come “le esigenze logistiche e organizzative non consentono di attendere oltre, anche per venire incontro alle esigenze di programmazione di chi deve sostenere l’esame”. In molti, infatti, si erano già pre-iscritti, versando la quota di partecipazione, pronti ad affrontare la prova. “Per cercare di ridurre i tempi della procedura – si legge ancora nel post – il Ministero sta già lavorando a tutte le soluzioni organizzative che possano consentire di accelerare la correzione delle prove scritte e diminuire quanto più possibile gli effetti di questo rinvio”. Già perché solitamente tra i test a penna e gli orali passano 7-8 mesi. In questo caso dunque si sovrapporrebbero agli scritti della sessione di Natale 2021. Un bel caos: l’accesso alla professione rischia di fatto di restare impantanato per due anni, facendo perdere tempo prezioso (e reddito) a chi ha terminato da mesi il tirocinio. “Rinviare le prove significa posticipare l’abilitazione dei candidati che concludono la pratica nel corso del 2020 e, a strascico, ritardarne l’iscrizione all’albo che, anche in considerazione delle conseguenze economiche dell’emergenza pandemica, pare suscettibile di rappresentare un significativo pregiudizio per gli aspiranti avvocati” commenta il Consiglio nazionale forense.

Ma non è tutto. Perché se è vero che lo stesso Dpcm e l’annuncio del ministro hanno dato semaforo verde agli orali della scorsa sessione che possono dunque proseguire, anche qui il cammino è tutt’altro che lineare. Chi è stato infatti allo scritto dello scorso dicembre ha iniziato il secondo step dell’esame in ritardo di 15 giorni o addirittura un mese, a inizio ottobre. Così a Roma, Napoli, Milano, ad esempio. Da allora gli appelli vanno avanti a singhiozzo tra date rinviate, prove ancora non ricalendarizzate, candidati scavalcati, comunicazioni latitanti. Decine di sottocommissioni sono state decimate dal Covid, dalle quarantene, da isolamenti precauzionali, dall’indisponibilità di avvocati o magistrati fragili e dunque impossibilitati a partecipare, dai sostituti che non si trovano. Ancora oggi alla Corte di appello di Roma gli orali sono stati annullati e ai candidati la comunicazione è arrivata con sole tre ore di anticipo.

Tante le voci che, dentro e fuori dal Parlamento, si sono levate per chiedere una prova a distanza. A cominciare dal Consiglio nazionale forense che il 28 ottobre scriveva a Bonafede: “Laddove non sia possibile garantire un corretto esame orale in presenza assicurando il necessario distanziamento dei candidati, impedendo l’accesso agli accompagnatori, calendarizzando l’esame ad orari differenziati, sanificando gli ambienti, si rende necessaria una proroga che autorizzi lo svolgimento della prova orale da remoto oltre a quanto già previsto dal decreto Rilancio”. E ancora, le associazioni come Inoltre-Alternativa Progressista, Libera e Giovane Avvocatura, l’Associazione italiana praticanti avvocati, l’Unione praticanti avvocati, Giovane avvocatura e Apra Palermo, che propongono “una soluzione di buon senso” ovvero “l’orale abilitante a distanza, non per facilitare alcunché bensì per garantire ai candidati e alle rispettive famiglie il diritto alla salute e al lavoro”.

Solo ieri il presidente della Commissione centrale ha inviato una lettera ai presidenti delle commissioni per comunicare che “è in corso di valutazione, sul piano normativo, la possibilità di reintrodurre lo svolgimento delle prove di valutazione da remoto”.  Un caso unico: gli aspiranti legali sono rimasti praticamente i soli, tra le professioni ad accesso regolato da un esame di abilitazione, a conservare le prove in presenza, invece dell’orale unico a distanza come per commercialisti o ingegneri.

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