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A volte ritorna. Perché non è vero (come dice Trump) che chi guarisce dal coronavirus è protetto

Cinque casi di reinfezione certificati nel mondo. Si sperava che la seconda volta fosse più lieve. Un caso negli Usa dimostra che non sempre è così. L’immunologo Cossarizza: “Ognuno di noi si ammala in modo diverso. La risposta degli anticorpi è molto variabile e non sempre… …

Il presidente Trump non può stare tranquillo. Anche chi “straccia” il coronavirus in un weekend come lui corre il rischio di reinfettarsi. I casi confermati di doppio contagio sono cinque nel mondo. Non molti, considerati i 37 milioni di positivi. Ma si tratta di cinque persone i cui virus sono stati entrambi sottoposti alla lettura completa del genoma: una procedura non comune. Due in particolare ci fanno riflettere, perché contro ogni previsione la nuova malattia si è rivelata peggiore della prima. Pur avendo sconfitto il coronavirus in modo efficiente una volta, in un paziente dell’Ecuador di 46 anni e uno degli Stati Uniti di 25 il sistema immunitario non è riuscito a ripetersi la seconda. Il 25enne americano in particolare, descritto dalla rivista The Lancet, dopo aver sconfitto il coronavirus una prima volta a casa, con pochi sintomi, ad aprile, ha avuto bisogno del ricovero e dell’ossigeno a giugno. In Olanda, in quello che se confermato sarebbe il sesto caso, è morta oggi una donna di 89 anni che era in cura per un raro tumore delle cellule del sangue.
 
“Dopo il contagio produciamo anticorpi, ma ancora non riusciamo a capire che potere neutralizzante abbiano nei confronti di Sars-Cov-2” spiega Andrea Cossarizza, immunologo dell’università di Modena e Reggio Emilia. Né è chiaro quanto a lungo il sistema immunitario riesca a ricordare il nemico affrontato. Per altri tipi di coronavirus si parla di 1-3 anni. Sars-Cov-2 è fra noi “solo” da 9 mesi: è ancora presto per conoscere i suoi tempi. Fra i primi guariti di Wuhan è stata misurata una buona permanenza degli anticorpi, anche quelli neutralizzanti. Un test sierologico condotto oggi, con tutta probabilità, è ancora in grado di dare conto di un’infezione passata. Ma la seconda, più grave, malattia del 25enne di Washoe County, in Nevada, instilla un poco confortevole dubbio sull’efficacia dell’immunità di gregge. Nei confronti di quest’ultima si è espresso con scetticismo ieri anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Mai nella storia della salute pubblica l’immunità di gregge è stata usata come strategia contro le epidemie”.
Cosa può essere avvenuto nel caso del 25enne americano? “Può darsi che con la prima infezione non abbia sviluppato una risposta immunitaria specifica capace di proteggerlo” ipotizza Cossarizza. Il motivo va indagato nella variabilità di ciascun individuo. “Ognuno di noi può ammalarsi di influenza quasi senza accorgersene o avere una febbre da cavallo. Lo stesso discorso vale per il Covid, che può presentarsi in forme molto variabili. C’è probabilmente chi riesce a sviluppare una risposta immunitaria robusta e chi no”. Come prevederlo? “Questo fa parte delle tante informazioni che ancora ci mancano sul Covid” allarga le braccia Cossarizza.

L’articolo di The Lancet avanza l’ipotesi che il paziente americano si sia infettato la seconda volta con una quantità di virus ingente o con un ceppo più aggressivo. Oppure che nel suo organismo si sia sviluppato quel fenomeno chiamato Ade (antibody dependent enhancement) che i vaccinologi stanno ben attenti a non incontrare. Si tratta di una reazione per fortuna rara in cui gli anticorpi prodotti grazie a un vaccino o a una prima infezione, in caso di nuovo contatto con il coronavirus non solo non lo eliminano, ma vi si legano e lo portano in circolazione in tutto l’organismo. Peggiorando la malattia. “Siamo però nel campo delle mere speculazioni” avverte però Cossarizza. “Purtroppo le incognite sono ancora tante”.

Una delle scoperte che più hanno scompigliato le carte sul tavolo degli immunologi alle prese con il coronavirus è quella che anche chi non è mai stato infettato può mostrare una reazione immunitaria. “E non accade tanto raramente, ma in percentuali non lontane dal 50%. Probabilmente le nostre difese ricordano di essere entrate in contatto in passato con uno dei coronavirus che causano il raffreddore, che sono piuttosto simili a Sars-Cov-2. Questo fenomeno si chiama crossreattività”. Può essere positivo, perché ci rende meno naif. “Ma non ne conosciamo ancora il significato e l’importanza”. La crossreattività rischia poi di confondere tutte le nostre analisi sull’immunità: dagli screening sierologici per sapere quante persone si sono già ammalate alle misure degli anticorpi nel sangue dei volontari usate per valutare l’efficacia dei vaccini.
 

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