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Coronavirus, Crisanti: “Un piano in tre punti per evitare la terza ondata”

L’immunologo dell’Università di Padova in audizione al Senato presenta la sua ricetta per arginare la pandemia: tamponi per tutti i contatti, un sistema informatico per capire dove vanno i contagi e la logistica per portare i test dove sono necessari …

Contro una eventuale terza ondata della pandemia serve un sistema di sorveglianza con tre elementi: la capacità di fare tamponi sufficienti, l’utilizzo di strumenti informatici e un sistema che renda accessibili i tamponi molecolari, molto più attendibili dei test rapidi, in tutto il Paese. Lo ha affermato il virologo Andrea Crisanti durante un’audizione in commissione Igiene al Senato.

“Contro una eventuale terza ondata bisogna agire su tre elementi – ha spiegato – . Bisogna avere la capacità di fare tamponi sufficienti, mirati. Sappiamo che, se siamo positivi, negli ultimi 5 giorni abbiamo interagito con parenti, amici, colleghi, tutte queste persone vanno testate. Questo va integrato con strumenti informatici che permettano di monitorare in termini spazio-temporali come i casi si distribuiscono nelle regioni, integrati con altri parametri come la mobilità delle persone, informazioni necessarie per prevedere quello che succede dopo, come si diffonde il virus. Questo sistema deve infine avere la logistica per rendere accessibili i test dove sono necessari:  in Italia ci sono differenze enormi sul territorio. Se questo l’ha fatto il Vietnam anche l’Italia può farlo”.

La lezione di Vo’

Crisanti ha citato il modello di Vo’ Euganeo, la prima area colpita da Covid in Veneto, dove, ha detto, “al 2 marzo c’erano 88 persone positive e tutte le altre province avevano pochissimi casi. Al 30 maggio a Vo’ non avevamo più nessun caso, nonostante la trasmissione in Veneto sia stata abbastanza importante. Questo è avvenuto in parte perché a Vo’ la Regione ha impiegato risorse senza precedenti nel contact tracing, però il contact tracing da solo non è bastato. Se non si fossero testati tutti quanti e non si fossero isolati i positivi al 30 marzo avremmo avuto casi tali da arrivare all’80% della popolazione”. In sostanza, “le misure applicate hanno fatto sì che la capacità di trasmissione del virus venisse ridotta del 98%”.

“Sbagliato basarsi sulla disponibilità di posti in Rianimazione” Crisanti si è poi espresso in modo critico sull’attendibilità dei parametri scelti per misurare l’andamento dell’epidemia. Utilizzare la percentuale di letti in rianimazione occupati come metrica per valutare la situazione di una regione, come fa ad esempio il Veneto, “permette a chi ha più letti di lasciare che l’epidemia corra di più” e così “si introduce un effetto paradossale”, che va a penalizzare un territorio che è magari più bravo a contenere il contagio rispetto a un territorio che lo è di meno, ma ha attrezzato più letti. Indicatori più validi a suo giudizio “dovrebbero essere la densità di popolazione e la percentuale di positivi”, mentre “utilizzare metriche basate sulla riserva di posti in terapia intensiva introduce elementi distorsivi“.

“Con troppi scaricamenti Immuni sarebbe ingestibile”

Quanto alla app Immuni, la sua efficienza, ha detto l’immunologo, “dipende in maniera drammatica dalla quantità di persone che la scaricano”, ma ha comunque “una soglia legata alla capacità del sistema di gestire le persone che ricevono un alert”. Immuni cioè “avrebbe un impatto limitato anche se la scaricassero tutti”, a meno che non si crei un adeguato sistema di gestione a valle. Ad esempio “oggi con 30.000 nuovi casi genererebbe 400.000 allarmi al giorno”, che con la struttura attuale sarebbero ingestibili. Crediti

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