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Coronavirus, i controlli: rientrate al sud 25.000 persone. Multe ai furbetti della quarantena

Roma Chiavari, i mezzi della polizia municipale passano per le strade con i megafoni: «Attenzione, si invita la cittadinanza a restare il più possibile a casa per evitare il contagio». E siamo in Liguria, fuori dalla zona arancione dove accanto alla moral suasion i prefetti hanno messo in piedi una più o meno energica azione di posti di blocco e controlli per garantire il rispetto del decreto che limita gli spostamenti a quelli di lavoro o strettamente necessari e ferma tutte le attività.

Gli almeno venticinquemila che nel weekend e ancora ieri sono fuggiti con ogni mezzo dalle regioni del nord per far ritorno a casa al centro-sud, ma anche in Toscana e Liguria, danno l’immagine plastica di quanto la moral suasion non basti a convincere le persone, soprattutto i giovani a rimanere a casa. E ora, dopo essersi registrati sui siti delle Regioni che hanno emesso ordinanze autonome, sono tutti in quarantena fiduciaria. E ci sono ancora decine di bus segnalati in arrivo.
Quasi nessuno di coloro che si sono presentati ieri mattina alla stazione centrale di Milano sapeva se poteva partire o meno e tantomeno era informato della necessità dell’autocertificazione per il viaggio. E così, per paradosso, in stazione si è formata una lunghissima fila di gente in coda (non certo ad un metro di distanza) davanti al check point al quale polizia ferroviaria e militari chiedevano i documenti e distribuivano i moduli per l’autocertificazione delle «comprovate esigenze di lavoro, di salute o di necessità», che consente gli spostamenti. Il modulo è scaricabile dal sito del ministero dell’Interno, chi si deve muovere deve compilarlo e portarlo con sé. Chi non ne è in possesso potrà compilarlo davanti alle forze dell’ordine che controlleranno la veridicità della dichiarazione successivamente. Se si mente scatta la denuncia e si rischia l’arresto fino a tre mesi.


E multe e denunce per chi ha violato le regole non si sono fatte attendere: per le due donne, appena tornate dalla Lombardia a Vibo Valentia, che invece di rispettare la quarantena se ne sono andate al ristorante a festeggiare l’8 marzo, per le due ragazze che ad Agrigento si sono filmate davanti ad uno dei locali della movida postando poi il video su Instagram vantandosi di essere riuscite ad aggirare i divieti della zona arancione in Lombardia. O per i due ragazzi di Parma, che hanno aspettato tutta la notte fermi in auto vicino l’aeroporto di Bologna nel tentativo di prendere il volo e non rinunciare alla vacanza a Madrid. C’è stato pure chi, come due turisti bergamaschi, è riuscito ad arrivare alla meta agognata, in questo caso Procida, ma è stato intercettato e rispedito indietro, o chi — a Modena — si è visto chiudere il locale per aver comunque organizzato una serata con trenta ballerine e decine di clienti.

La linea del Viminale è quella dell’informazione prima e della tolleranza zero poi.
«È stata una giornata molto difficile — ha detto la ministra dell’Interno Lamorgese al Tg1 —. Siamo in una situazione di emergenza e ogni cittadino deve collaborare con le autorità. Ho chiesto ai prefetti di fare attività di comunicazione istituzionale perché i cittadini devono avere informazioni chiare. Voglio lanciare un messaggio ai giovani, non alimentino la movida, questa disinvoltura può causare danni ai loro amici, ai loro familiari».
Controlli a tutti gli aeroporti delle zone arancioni, posti di blocco all’ingresso e all’uscita delle principali direttrici di Milano, termoscanner alle stazioni e al porto di Venezia. E in molte città gli agenti della polizia municipale hanno tirato fuori il metro per verificare il rispetto delle distanze di sicurezza in negozi, bar e ristoranti.

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