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Coronavirus, la disperazione dei medici di famiglia: “Senza risorse tra i pazienti in panico”

Le battaglie quotidiane con due testimonianze da Bologna e Genova: lasciati soli in prima linea …


Contro il Covid a noi solo promesse

“Agli ospedali, giustamente, hanno dato strutture e strumenti, ma noi nulla. Io sono sempre quello. Il ministro Speranza aveva annunciato 230 milioni per la medicina di base ma di risorse non ne sono arrivate. La diagnostica ambulatoriale non riesce a fare da filtro con le strutture ospedaliere. La gente è frastornata e spaventata ed è difficile gestire i nostri pazienti”.

Il dottor Giandomenico Savorani è medico di base a Bologna. Come tutti gli altri suoi colleghi lavora in trincea cercando di seguire i suoi pazienti, di convincerli a non correre al pronto soccorso al primo sintomo.

Dottor Savorani, ci riesce?
“Non è facile. Purtroppo il caos tamponi, molecolari e antigenici, e test sierologici è un fatto, il servizio pubblico non ha ancora trovato un equilibrio, siamo in difficoltà, procediamo a ondate. Si individua una strada, poi si satura rapidamente. Ma è chiaro che quando ci vuole almeno una settimana per riuscire a prenotare un tampone e tre-quattro giorni per avere il risultato, non è facile convincere le persone a non correre al pronto soccorso”.

E infatti l’appello è proprio a voi medici di famiglia, a cercare di gestire i pazienti a domicilio e ad evitare che affollino senza motivo i pronto soccorso.
“E siamo tutti d’accordo, ma le persone sanno che comunque se ti presenti a un pronto soccorso nel giro di sei-sette ore un tampone te lo fanno e se hai sintomi una Tac riesci ad averla. Io invece cosa posso fare se non provare a fare una diagnosi e prendermi la responsabilità dell’attesa?”

Come gestisce i suoi pazienti con possibili sintomi Covid?
“Intanto cerco di capire il tipo di contatti che possono avere avuto. E’ chiaro che se si tratta di un ragazzo o di una persona adulta con una vita sociale attiva è una cosa se si tratta di una persona che conduce una vita più ritirata è un’altra. Aspetto due o tre giorni per valutare l’evoluzione della sintomatologia e se lo ritengo necessario avvio ai tamponi. Io lavoro in una zona centrale di Bologna dove molti miei pazienti possono permettersi di andare a fare il tampone privatamente, se no tocca rivolgersi al pubblico e i tempi di attesa sono quelli: 7-8 giorni per avere un appuntamento e due o tre per avere il referto. Una risposta assolutamente tardiva”.

E ancora l’inverno e il virus influenzale deve arrivare. Come sta messo a vaccini?
“Male, grazie. Ho già fatto 200 dosi in una settimana e sto finendo le scorte. L’informazione politica e dei mass media non ci ha favorito. Abbiamo una richiesta enorme ma non abbiamo la possibilità di vaccinare tutti. Ho fatto richiesta di nuove dosi ma mi hanno detto che fino a novembre non se ne parla. Intanto sono costretto a scegliere chi vaccinare: anziani e persone con altre patologie. Agli altri, per il momento, non posso che allargare le braccia”.

“Ore al telefono con i malati. La palla al piede è la burocrazia”

 «Oggi si comincia con i tamponi rapidi ai pazienti. Ma una cosa voglio dirla subito. Non è uno screening di massa, li faremo solo per appuntamento alle persone che sono state già vagliate dai medici di famiglia». Luca Pestarino, 45 anni, medico di base a Rivarolo, una delle zone più interessate dal contagio a Genova, è preoccupato dall’assalto di pazienti nei locali della Bassa Valpolcevera dove oggi un gruppo di medici che ha dato la disponibilità comincerà i test con i tamponi rapidi.

Dottor Pestarino, perché è così preoccupato?
«La situazione è molto, molto impegnativa. Nessuno di noi si tira indietro ma tutti abbiamo ogni giorno decine di pazienti che ci chiamano e chiedono risposte. C’è la corsa folle al tampone e non solo per paura della malattia. Sono tantissimi quelli che ce lo chiedono con urgenza per poter far riammettere i ragazzi a scuola, per poter tornare al lavoro, per poter incontrare familiari anziani. E non c’è possibilità per tutti subito».

I test rapidi vi aiutano, no?
«Certo, ma deve essere chiaro che li facciamo a chi ne ha veramente bisogno».

Ma dove li fate, nei vostri studi?
«No, somministreremo i tamponi in assoluta sicurezza in alcuni spazi grandi, la sede del municipio di Teglia, il dopolavoro ferroviario di Rivarolo, quella del coro del Monte Bianco di Certosa, tutti per appuntamento. Ringrazio la società civile che ci è venuta incontro, gratuitamente».

Ai medici di famiglia viene chiesto di gestire i pazienti a domicilio e di evitare la corsa in ospedale. Lei ci riesce?
«Ogni giorno passo ore al telefono o sulle chat di Whatsapp a rispondere ai miei assistiti: “State a casa, state tranquilli. Non andate al pronto soccorso”. Tra le 50 e 100 telefonate al giorno, direi. Io ho una decina di pazienti positivi e seguirli a casa non è facile ma cerco di rispondere a tutti, li sento ogni giorno, li valuto, li tranquillizzo: anche a casa ci sono protocolli e terapie».

Cosa le serve per affrontare questi mesi complicati?
«Siamo in trincea, facciamo l’impossibile, ma abbiamo bisogno di risorse e di una semplificazione della burocrazia che ci ruba tempo prezioso».

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