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Covid, con la prima ondata gli abitanti di Cogne quasi immuni al virus: ora si scopre perché

Nella località valdostana anche i genetisti del San Raffaele di Milano: sembrava confermata l’ipotesi di un Dna particolarmente protettivo. Poi la rivelazione …

I numeri bassi di contagi da Covid-19 durante la prima ondata avevano fatto pensare a un fattore genetico capace di proteggere dal virus gli abitanti di Cogne, 1300 anime in Val d’Aosta. Quasi 900 tra loro, a giugno, si erano sottoposte al test sierologico per stabilire l’effettiva diffusione del contagio durante la primavera: il risultato è stato 31 persone che avevano sviluppato anticorpi, anche se solo cinque avevano in precedenza avuto i sintomi.

Numeri piccoli, inferiori alla media nazionale, che avevano attirato l’attenzione di parecchi studiosi. Compresa quella di Fabio Truc, originario di Cogne, oggi fisico specializzato in oncologia sperimentale all’Università di Parigi XIII, che con Gianpiero Gervino del dipartimento di Fisica di Torino, ha deciso di verificare se esistesse lassù una particolare resistenza al coronavirus. Erano arrivati anche i genetisti del San Raffaele di Milano: il precedente della Spagnola, che proprio come il Covid di primavera qui aveva fatto pochi danni, sembrava confermare l’ipotesi di un fattore genetico particolarmente protettivo.

Poi c’è stata la seconda ondata e il castello è crollato. Da ottobre in paese – che è Covid free solo da qualche giorno – ci sono stati 100 contagi, di cui 45 con sintomi e otto vittime. Insomma se c’era un “superpotere” nella lotta al Covid, con la seconda ondata è andato perduto. ” Abbiamo abbandonato quella teoria, ma ci siamo imbattuti in una rivelazione – spiega Truc – Nella prima ondata è stato il lockdown precoce e tempestivo a proteggere i cittadini. Era scattato una settimana prima rispetto al resto d’Italia ed evidentemente, grazie all’isolamento della vallata, è stato particolarmente efficace”.

In effetti Cogne si è chiusa al resto del mondo il 4 marzo, sette giorni prima. Il sindaco Franco Allera lo ricorda bene: “Avevamo in programma i mondiali di sci di fondo master con tutti gli alberghi prenotati e migliaia di persone in arrivo. Poi la gara è stata annullata e il paese si è trovato vuoto ” . I casi di positivi, compreso il sindaco, sono arrivati nella settimana successiva, frutto di contagi nell’ultimo week end con i turisti, ma poi il virus è stato bloccato. “Cogne ci dimostra che il lockdown è l’unica misura di contenimento davvero efficace ” spiega Truc che si schiera tra i favorevoli alla stretta in vista del Natale.

Lo studio sulla popolazione montana comunque non si ferma: ieri i primi 31 positivi si sono sottoposti a un secondo giro di test sierologici, con la stessa sofisticata modalità della primavera. ” Avremo i risultati entro una settimana – spiega il professore – e potremo capire la tenuta degli anticorpi”. Ma c’è un altro spunto che arriva dalla località montana. Un settantenne a marzo aveva contratto il virus, con sintomi, era stato curato a casa, anche con cortisone e a novembre si è riammalato in modo grave, tanto che è stato necessario il ricovero in terapia intensiva.

Ora l’uomo sta bene, ma Truc vuole studiare il caso per capire se si sia verificato il meccanismo immunitario che si chiama Ade, l’antibody-dependent enhancement: cioè quando gli anticorpi potenziano l’effetto della malattia, invece che combatterla. “È molto raro, in letteratura ne abbiamo uno in Nevada e pochi altri: capire cosa è successo sarà molto utile anche in vista del vaccino”.

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