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“Dalla tosse alla fame d’aria, vi racconto la mia lotta al virus. Il regalo di Natale è stato tornare a casa”

Mara Morini, 46 anni, docente universitaria, ha tenuto un diario social della malattia. In vista delle feste rivolge un invito: “Serve un sacrificio di solitudine per poter tornare a riabbracciarsi tra qualche mese” …

Una cronaca puntuale della propria lotta al virus: dall’insorgere dei primi sintomi, quando ancora è possibile sperare che si tratti di altro, alla perdita di gusto e olfatto; dal venire meno progressivo delle forze alla fame d’aria che coglie improvvisamente e ti fa scoprire vulnerabile; dal momento del ricovero all’ingresso in un mondo a parte fatto di solitudine e sofferenza ma anche di capacità di sacrificio e profonda umanità che si mostrano in piccoli gesti cruciali.

La scelta di Mara Morini, scienziata politica e docente universitaria, di condividere via social in un diario netto e coinvolgente la sua odissea attraverso le insidiose e insondabili acque del coronavirus è nata da un senso di dovere civico: se il virus si avvantaggia della nostra socialità, riuscire a comunicare la propria vicenda, osserva Mara, “può aiutare altri a riconoscere le mosse del virus o anche solo a sentirsi meno soli nella lotta contro questo nemico subdolo”.

Se già da settembre Morini, attualmente docente all’università di Genova dopo avere insegnato Scienza politica dal 2006 al 2016 all’università di Parma, per precauzione verso se stessa e verso la madre anziana decide di evitare spostamenti e viaggi ponendosi in una sorta di lockdown volontario, le tante cautele non sono state sufficienti: “Purtroppo ho preso il virus a un metro da dove abito, portato a Casola di Tizzano, frazione di venti anime, da un parente dei miei vicini di casa che ha fatto loro visita. È chiaro che andare a trovare gli amici, i nonni o i genitori in questo periodo natalizio può aumentare fortemente le probabilità di contagio”.

Il 16 novembre, quando viene informata di essere tra i contatti di un positivo accertato, Mara ha già i primi sintomi di malessere: tosse secca e debolezza. Tempestivamente, il medico curante fa richiesta del tampone ma ancora prima di eseguirlo è la perdita di gusto e olfatto a fare diagnosi: “Dopo due giorni dai primi sintomi, il non sentire sapori né odori ha confermato il mio timore: nonostante tutte le attenzioni, ero malata di covid”.

Il pensiero va alla madre e alla possibilità, non remota, di doverla lasciare a casa da sola, in caso di ricovero: “È stato importante avere condiviso quello che stavo affrontando sui social: alcuni che si erano ammalati nella prima ondata mi hanno avvertita che intorno all’ottavo giorno il virus o recede o ti aggredisce più violentemente. Saperlo prima mi ha aiutato a prepararmi e a predisporre tutto ciò che occorreva per lasciare mia madre a casa in sicurezza. Ad esempio, ho potuto predisporre che una ditta sanificasse tutta la casa in modo che mia madre potesse poi muoversi in sicurezza, uscendo dalla sua stanza”.

L’ottavo giorno la febbre aumenta, la stanchezza diventa spossatezza e l’ossigenazione del sangue cala da 98 a 96 per passare a 94 il giorno dopo quando le forze mancano al punto da faticare nel fare le scale: “A quel punto il medico di famiglia, il dottor Paolo Zammarchi, intuendo per telefono il mio affanno, decide di attivare i medici dell’Usca oltre a prescrivermi antibiotico e cortisone. La sua attenzione e tempestività sono state cruciali nel prevenire un decorso che poteva essere più drammatico”.

In attesa dell’unità mobile, Mara è in uno stato di profonda crisi fisica: “Riuscivo solo a stare seduta, facendo fatica a respirare: io che vivo in Appennino ho dovuto aprire la porta alla ricerca di aria fresca. L’ossigenazione era crollata a 88. La dott.ssa dell’Usca ha confermato al mio medico quello che lui aveva intuito fin dal mattino: dovevo essere ricoverata”.

Mentre si allontana in ambulanza dalla casa di famiglia nella quale Mara vive dal 2008, “quello che mi ha permesso di non crollare è stata la delicatezza degli infermieri che hanno cercato di farmi parlare, distraendomi, in modo che non vedessi la casa allontanarsi”.

Dalla tac effettuata subito in ospedale risulta una compromissione del 5-10% dei polmoni, con polmonite interstiziale bilaterale.

Ricoverata al Barbieri, “ho visto persone in condizioni molto peggiori della mia e ho capito che ogni paziente fa storia a sé: quando il virus ti entra nel corpo, non sai dove andrà a fare danni, anche su soggetti sani come ero io prima di ammalarmi. Il covid è un virus subdolo che colpisce senza guardare in faccia nessuno e nei punti più deboli del nostro organismo che magari non conosciamo nemmeno”.

Nei giorni del ricovero, oltre a una grande professionalità, Mara incontra anche “una grande umanità sia nel personale infermieristico sia nei medici: il tono stesso della voce, pacato e tranquillizzante, punteggiato da qualche battutina, era uno strumento di cura, un modo per attivare quella empatia che, mentre sei isolata da tutto e tutti, riesce per un attimo a farti dimenticare la tua condizione di paziente”.

L’ingresso nel padiglione Barbieri convertito alla cura dei pazienti covid colpisce “perché sembra di non essere sulla terra ma sulla luna o in una navicella spaziale, circondati da personale medico e infermieristico di cui intravedi solo lo sguardo, unica parte lasciata libera dalle pesanti tute di protezione sulle quali ognuno porta scritto il proprio nome che insieme alla voce resta l’unico segno per potersi riconoscere”.

A distanza, potendosi muovere nel corridoio, Mara, 46 anni, osserva i miglioramenti di un’altra paziente, Inge, novant’anni di età: “Vedendo i suoi progressi, sentivo che anche io potevo migliorare e prendevo speranza. Da lontano, abbiamo stabilito una comunicazione fatta di cenni di saluto e di incoraggiamento. Quando sei isolato da tutto e tutti, questi piccoli segni di condivisione sono molto importanti per non sentirsi soli nella lotta al virus”.

Per una settimana, ogni mattina “le fisioterapiste ci facevano alzare guidandoci singolarmente in esercizi mirati e calibrati su ciascuno. Ci sono procedure standardizzate che consentono al paziente di sentirsi curato e seguito. E al di là delle procedure, c’è attenzione alla persona: se il numero del mio letto era il 16, per tutti io ero sempre Mara. È stato importante sentirsi chiamare per nome mentre ero lontana da casa, isolata da ogni affetto”.

Il primo dicembre, dopo una settimana di ricovero, il tampone risulta negativo: “Il giorno che mi hanno dimesso, l’emozione per me più grande è stata sentire Inge che faceva la sua prima video chiamata alla figlia, con il sostegno dell’infermiera. Anche se ci siamo solo salutate da lontano, mattina e sera, per una settimana, tra noi si era stabilito un legame di sostegno. Il saluto con la mano che ci rivolgevamo significava che c’eravamo e che stavamo bene”.

Prima della dimissione, “i medici, molto scrupolosi, hanno eseguito ulteriori analisi del sangue, elettrocardiogramma e ecografia alle gambe per scongiurare il rischio di trombi perché, nonostante io prima fossi in buona salute, erano emersi problemi di circolazione: anche il capitolo dei postumi, in questo senso, ci dice che non si tratta di un’influenza come le altre. Dopo la dimissione, la mia ripresa prevede due settimane di cortisone e un mese di eparina oltre agli esercizi di fisioterapia”.

L’arrivo dei volontari della Croce Rossa è il segno dell’imminente ritorno a casa: “Quando ho visto entrare nella mia stanza i volontari della Croce Rossa di Tizzano, la cui presenza per chi vive in Appennino è un presidio fondamentale di assistenza, umanità e solidarietà, mi sono subito sentita a casa anche se ero ancora fisicamente nel reparto”.

A distanza di una settimana dalla dimissione, i segni della battaglia contro il virus si fanno ancora sentire e rendono lento e faticoso un ritorno alla normalità: “Ancora adesso non ho ritrovato gusto e olfatto: sarebbe un bel regalo per Natale ma so che si deve avere pazienza, non ho fretta: il mio regalo di Natale è stato tornare a casa. La stanchezza è ancora forte e mi viene l’affanno anche per piccoli movimenti. Adesso devo pensare a rimettermi in sesto, monitorando i polmoni e la circolazione. Dalla mia esperienza posso dire che non è un’influenza e che non si può, una volta passata, ripartire come si vorrebbe. Quando domani uscirò per la prima volta dopo un mese, non abbasserò la guardia in nessun modo: salvaguardando me stessa, salvaguardo anche gli altri”.

La scelta di raccontare la propria esperienza rappresenta anche una risposta a chi nega la pericolosità del virus: “Ho deciso di socializzare la mia esperienza della malattia come risposta a chi, dopo l’estate, ha iniziato a diffondere il ritornello del terrorismo psicologico e del panico indotto artificialmente. Un ritornello che ha generato indifferenza e comportamenti che hanno messo a rischio la salute di tanti. Il mio racconto è una risposta spontanea per mostrare, a chi nega la pericolosità di questa infezione, che cosa deve affrontare chi si ammala. E sono fortunata perché oggi lo posso raccontare”.

Verso il Natale: le luminarie accendono Parma – Foto

Luminarie accese da sabato sera a Parma. Un messaggio di festa e di fiducia in un momento delicato sia per la lotta al coronavirus che prosegue sia per il commercio in forte difficoltà. L’avvio sarà progressivo e a metà della prossima settimana si illumineranno le ultime strade. Hanno pareso parte al momento l’assessore Cristiano Casa, Vittorio Dall’Aglio di Ascom, Ivano Mangi di Confartigianato, Leonardo Cassinelli di Confartigianato, Francesca Chittolini di Confesercenti, Maurizio Caprari Gia e Andrea Allodi Cna. Un’atmosfera luminosa e calda per un invito a vivere la città in sicurezza. “Visto il delicato momento che sta vivendo il comparto del commercio e dell’artigianato abbiamo ritenuto doveroso mantenere le luminarie e portare il finanziamento a 150 mila euro, includendo cosi la maggior parte delle vie della città e della prima periferia. L’auspicio è che tutti noi parmigiani possiamo scegliere i negozi del centro storico e dei quartieri per i nostri acquisti. Un aiuto dato da tutti per sostenere i negozianti e gli artigiani della nostra città a superare questo momento di difficoltà e di sacrificio”. (Foto Marco Vasini)

In prossimità delle feste natalizie, “un atto d’amore dovrebbe essere quello di fare un sacrificio stando a casa propria e magari riprendendo il piacere di telefonarsi. Adesso serve un sacrificio di solitudine per poter tornare a riabbracciarsi tra qualche mese”.

Tornando col pensiero a chi si sacrifica ogni giorno per garantire cure ai malati, “prima della dimissione ho sentito gli infermieri parlare tra loro, preoccupati: il loro timore è quello di non riuscire ad affrontare le prossime settimane perché, se le persone non comprendono la necessità di restare a casa, si aspettano una nuova ondata di ricoveri che potrebbe investire il reparto dopo Natale. Anche per rispetto verso chi rischia la vita ogni giorno, credo che rinunciare a un pranzo o a un aperitivo possa essere il regalo più bello da fare a se stessi e agli altri perché il virus conta sulla nostra socialità. Le feste natalizie sono un’occasione per aiutare gli altri: se non lo sono, quale senso del Natale resta?”.

Lucia De Ioanna

Crediti

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