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“Ecco perché anche noi fisici ci occupiamo di coronavirus”. La lettera aperta di 200 universitari dopo gli attacchi social

La risposta degli universitari alle critiche nate dopo l’appello di cento scienziati al governo per contenere la diffusione della pandemia: “Sui nostri modelli si studia l’evoluzione dei contagi e il nostro sapere è in aiuto alla società ” …

“Perché vi occupate del virus se non siete medici?”, “Che ne sapete della malattia se fate i fisici?”, “Perché parlate se non siete virologi o epidemiologi?”. E così via. L’appello di cento scienziati che chiedevano misure drastiche a stretto giro per contenere la diffusione del coronavirus ha scatenato il solito accanimento sui social: dubbi, domande, critiche, fino agli insulti.

Così un gruppo di studenti fisica dell’università La Sapienza si è soffermato su una domanda: come è possibile che le persone non capiscano perché un fisico abbia voce in capitolo nella diffusione di un virus? E per questo hanno deciso di scrivere una lettera aperta che in meno di un’ora ha raccolto 200 firme di studenti e studentesse. E che si potrebbe sintetizzare cosi: “Non siamo medici, siamo fisici, ma è sui nostri modelli matematici che si studia lo sviluppo dell’epidemia”.

“Siamo d’accordo – si legge nel documento – sul fatto che l’eccessiva specializzazione della cultura abbia reso talvolta gli studiosi incapaci di mettere in comunicazione il mondo accademico con le altre realtà della società moderna, portando alla convinzione diffusa che il lavoro dello scienziato esuli dai problemi reali e che per questo si arrivi a provare diffidenza nei confronti della scienza stessa. Siamo consapevoli e dispiaciuti del fatto che ciò abbia prodotto un isolamento scientifico per cui non si comprende più perché un fisico dovrebbe intervenire in un’emergenza socio-sanitaria”.

Ma, scrivono i ragazzi della Sapienza, “lo scienziato, in questa visione distorta, dovrebbe interessarsi solamente alle sue ricerche”. Invece “la responsabilità di questa situazione è collettiva e il mondo accademico non ne è affatto escluso”.

Da qui la “riscossa dei fisici” che spiegano: “La fisica, la matematica e tutte le altre scienze non restano chiuse nei rispettivi laboratori, ma sono interconnesse e indispensabili per contribuire alla risoluzione di problemi concreti. Gli strumenti usati dagli epidemiologi e virologi per studiare la diffusione di un virus non si basano infatti solo su conoscenze di medicina e biologia ma sullo sviluppo di modelli matematici, che riescono a fornire a un fisico o a un geologo un quadro della situazione piuttosto accurato senza essersi specializzati nell’ambito”.

E, da studenti, raccontano: “Il percorso accademico di un fisico è fin dai primi anni caratterizzato dall’apprendimento di metodi atti a comprendere e verificare l’attendibilità di previsioni teoriche, rispetto ai dati reali. Dato che tali previsioni si basano su leggi matematiche, un fisico è in grado di maneggiare i dati anche avendo poche conoscenze sull’argomento in sé, perché si sofferma principalmente sull’aspetto numerico-descrittivo del fenomeno, non approfondendo le dinamiche specifiche del problema trattato. La scienza, e in particolare la fisica, sono materie pratiche basate sull’esperimento e nessun esperimento ha significato senza un successivo studio statistico su ciò che è stato misurato, studio che permette di verificare se le previsioni teoriche coincidano con quanto osservato”.

“Il nostro impegno come studenti di fisica – concludono – sarà quello di proseguire sull’esempio del professor Parisi (il presidente dell’Accademia dei Lincei che aveva avvisato dei rischi di misure tardive, ndr), favorendo una maggior apertura dell’ambito accademico, in modo tale che la fisica, la matematica, e la scienza in generale diventino un patrimonio di tutti e anche chi è fuori da queste dinamiche possa capire perché un fisico può e deve essere d’aiuto alla società moderna”.

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