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Il Coronavirus aggrava l’Aids, l’allarme di Nadir

C’è stata una carenza di farmaci ospedalieri per l’Hiv. Sono anche le visite e le cure con gli specialisti per le patologie correlate all’Hiv. “Chiediamo il ripristino dei servizi essenziali previsti dalle linee di terapia prima del Covid-19 …

Virus più virus: Covid e Hiv sono due “pandemie gemelle” fra le quali la più giovane sta vincendo. A rischio non è solo la salute delle persone sieropositive (in Italia oltre 120mila), ma anche un possibile aumento di infezioni che vanificherebbe i risultati raggiunti nel controllo di una pandemia che non ha ancora un vaccino. 

L’allarme arriva da Nadir, associazione di lotta all’Aids: “Il coronavirus – spiega a Repubblica il presidente Filippo von Schlösser – ha rallentato il controllo clinico e la prevenzione di nuove diagnosi da Hiv. Potremo trovarci di fronte a malattie gravi quando si ritornerà alla routine assistenziale. Siamo preoccupati, in particolare, per i disagi riportati da molti pazienti nel Paese e perfino al Policlinico Umberto I di Roma”. 

Cosa sta succedendo? “C’è stata una carenza di farmaci ospedalieri per l’Hiv. Per un prelievo con appuntamento a Malattie Infettive e Tropicali c’è attesa all’aperto, al freddo di questi giorni, costringendo i pazienti a restare fino a 80 minuti in piedi perché la sala d’attesa è già occupata”. 

“Le visite vengono anche rimandate – afferma Giulio Maria Corbelli, presidente di Plus Roma, associazione di persone lgbt sieropositive – Dall’inizio dell’epidemia di Covid-19, alle persone con Hiv è stato detto di non recarsi in ospedale per il rischio di contagio da coronavirus e che sarebbero state contattate per i prelievi. Da quel momento sono passati spesso molti mesi. Chi è stato chiamato per i controlli ha poi avuto i risultati solo per telefono o per e-mail, in genere senza alcuna visita. Ma c’è anche chi non fa i controlli da più di un anno”.

“Personalmente – riferisce von Schlösser – sento spesso al telefono, ma non vedo la mia dottoressa dal 2019. Il problema sta nel sistema e nella struttura. L’azienda ospedaliera ha difficoltà a sostenere una nuova emergenza pandemica e né il ministero della Salute né la Regione hanno fornito precise indicazioni in merito”. 

“Un altro problema – spiega Corbelli – sono anche le visite e le cure con gli specialisti per le patologie correlate all’Hiv. Se hai bisogno di un dermatologo, ad esempio, o di un ginecologo, di uno psichiatra, i tempi si allungano proprio quando ne hai un bisogno immediato”.  

Qual è quindi la vostra richiesta? “Chiediamo il ripristino dei servizi essenziali previsti dalle linee di terapia prima del Covid-19. Con l’aiuto di specialisti, in caso di bisogno, e tenendo separati gli accessi per coronavirus dagli altri con ordine per non creare lunghe attese e pericolosi assembramenti”.

Per il direttore del centro di malattie infettive e tropicali al Policlinico Umberto I di Roma, Claudio Mastroianni, la situazione è sotto controllo. “Con l’inizio della pandemia – spiega – siamo stati in prima linea per modificare l’operatività e l’assistenza ordinaria ma è stata garantita la consegna dei farmaci antiretrovirali, così come i prelievi e la gestione delle urgenze delle persone con Hiv. Abbiamo avuto dei problemi durante la prima ondata, è vero, abbiamo posticipato gli appuntamenti per ridurre l’afflusso presso l’ospedale, ma al fine di garantire il corretto distanziamento e ridurre assembramenti abbiamo predisposto presso l’istituto ex Malattie Tropicali una sala d’attesa dedicata nel centro prelievi e un’altra sala d’attesa nell’ambulatorio”. 

Com’è invece la situazione per le visite specialistiche? “Endocrinologo, cardiologo, neurologo, tutte le specializzazioni necessarie sono disponibili – afferma Mastroianni – naturalmente il tempo tra le visite viene deciso dal medico, in base alla patologia, perché non tutti i casi sono uguali. Ad ogni modo siamo impegnati nel Comitato Tecnico Sanitario del ministero della Salute, sezione lotta all’Aids, per offrire la migliore assistenza alle persone con infezione da Hiv”.

Di questo comitato, oltre alle associazioni di lotta all’Aids, fa parte anche Andrea Antinori, direttore di Immunodeficienze Virali allo Spallanzani di Roma che sta elaborando, insieme agli altri componenti, una richiesta di definizione di nuovi percorsi per la gestione delle persone con Hiv durante l’emergenza Covid-19, dall’organizzazione di un servizio ambulatoriale a regole precise di logistica, alla telemedicina.

“I problemi si sono verificati nel periodo di lockdown da marzo a maggio – spiega Antinori – anche se sono stati comunque garantiti i servizi essenziali, le urgenze, l’assistenza ai pazienti fragili e a quelli con nuova diagnosi. Dalla ripresa di giugno scorso, i servizi si sono normalizzati sia come prelievi che come visite, facendo ricorso alla telemedicina. Nonostante tutte le criticità, che nessuno sottovaluta, l’utilizzo della telemedicina può essere un’opportunità a patto che non si comprometta la qualità e la professionalità del servizio. I risultati vanno studiati e verificati. Sono d’accordo con le associazioni nel sostenere che la telemedicina non deve essere un’alternativa alle visite in presenza ma piuttosto un’integrazione, e una grande opportunità per essere ancora più efficaci nella lotta all’Aids”.

“La dichiarazione del dottor Antinori è certamente valida per l’ospedale Spallanzani e per alcuni centri di eccellenza in Italia – ribatte Filippo von Schlösser – I medici di malattie infettive stanno cercando di contrastare una situazione imprevedibile, ma finora è evidente che il sistema non ha trovato le soluzioni per adeguarsi in tempi brevi”.

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