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Io, ragazzo fragile al tempo del virus vivo con la paura di non essere curato

Potrebbero non curarmi. Oppure, per colpa mia, potrebbe morire il nonno ultra ottantenne di un mio amico o una mia amica, non lo so e non riesco a immaginarlo. Qualcun altro, invece, ha dovuto farlo davvero: uno sforzo mentale neanche troppo complicato dal punto di vista pratico, ed è anche a loro che rivolgo il mio pensiero. Perché di praticità si parla adesso, e sempre meno di umanità. Ed è straziante e toglie il fiato, come la paura di morire a ventotto anni quando, alla mia età, si dovrebbe pensare al proprio futuro da costruire con entusiasmo.

Ciò che è certo, infatti, è che il protocollo diffuso dall’Istituto Superiore di Sanità, chiamato “Decisioni per le cure intensive in caso di sproporzione tra necessità assistenziali e risorse disponibili in corso di pandemia da Covid-19”, esatto, proprio così si chiama, scheda anche “quelli come me”: ragazzi che nonostante la giovane età non godono di un corpo perfetto o di una salute impeccabile, e a causa di una qualche disabilità o gravi patologie si ritroveranno incasellati, messi in classifica. Non più persone, non più Iacopo Melio, ma cartelle cliniche da riordinare, tra quelli messi peggio e quelli un po’ meno peggio, che sono forse meglio di quelli “così-così”. 

Lo useranno i medici anestesisti per i casi in cui vi sia nelle terapie intensive una carenza di mezzi, risorse, posti letto e personale per poter salvare tutti i malati, dando la precedenza in base a linee guida ben precise. Sia chiaro: il principio è lo stesso che si usa da tempo, nemmeno troppo silenziosamente, ovvero scegliere chi ha maggiori speranze di sopravvivere. Non più secondo l’ordine di arrivo o un sorteggio casuale, bensì attraverso parametri clinico-prognostici definiti. Ma il documento redatto dalla “Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva” e dalla “Società italiana di medicina legale e delle assicurazioni” ce lo sbatte in faccia, senza mezzi termini, lo stato delle cose: vuol dire che se io sono attaccato a un macchinario e arriva qualcuno comunque più sano di me, normodotato e senza altre malattie, potrebbero staccarmi per cedergli il posto. Per chi invece non è possibile prevedere un percorso chiaro di cura intensiva, si deve attuare “trattamenti di minore intensità”.

Doloroso. Devastante. Quasi disumano. E mi chiedo cos’abbia provato chi ha dovuto usare quelle parole, che sia per dovere o razionalità, mentre le stava scrivendo. Mi chiedo cos’abbia pensato nel porre una lettera dopo l’altra, se si sia immaginato conseguenze e effetti, mentre il protocollo prendeva vita. E mi viene da abbracciarlo, vittime e carnefici di un sistema al quale non saremmo dovuti arrivare.

Siamo passati dal cantare ai balconi, ricordarci che andrà tutto bene, raccontare storie e sostenere lacrime, al parlare di numeri, intubazioni disponibili, curve e percentuali. Al definire qualcuno in base allo “stato funzionale e fragilità pregresse”. Com’è possibile tutto questo?

La politica, sia chiaro, ha le sue pesanti responsabilità e deve stringere adesso, senza più indugi. Così come una sanità che si è talvolta cibata di eccessi, mala gestione, errori anche morali. Per questo anche noi cittadini, adesso, non possiamo concederci il lusso di non pensare a quelle persone che sono storie da raccontare e lacrime da sostenere. Anche noi dobbiamo continuare a fare la nostra parte, rispettando regole che possono limitare il peggio. Non quando sarà tardi e qualcun altro, in modo schematico e asettico, avrà già scelto il da farsi.

Perché potrebbe riguardare noi o un nostro caro, e non sarebbe più grave di quando tocca a uno sconosciuto. Potrebbero non curarmi, a soli ventotto anni, pur non essendo mai uscito di casa da febbraio scorso, nella massima attenzione. O potrebbero non curare un cittadino qualunque. Uno a caso. E a me, questo pensiero, non fa dormire la notte da tante notti. Perciò per favore, comportiamoci a modino. Tutti quanti. Che ogni sacrificio fatto oggi è un abbraccio stretto prima.

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