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La primavera sarà la fine del virus? Andrà molto meglio, ma le mascherine le terremo ancora

Ha da passare l’inverno. “Con il vaccino in primavera torneremo probabilmente alla normalità”, ha incoraggiato alla Bbc il regio professore di medicina all’università di Oxford, sir John Bell. “Dobbiamo resistere altri sei mesi, cura e vaccino sono vicini” lo aveva preceduto a settembre il ministro della Salute Roberto Speranza. Ma è davvero così? Lo spuntare del sole di primavera ci porterà fuori dalla pandemia?
Ni, è la convinzione degli esperti. Con una premessa affidata alle parole di Carlo Federico Perno, microbiologo del Bambin Gesù di Roma. “Questo virus ha una contagiosità estrema, vista raramente in passato. Molti aspetti della sua circolazione restano ancora da capire”. Le ondate vanno e vengono, paesi che sembravano essersene liberati tornano all’improvviso sott’acqua. “Forse è un po’ semplicistico dire che il virus fa come gli pare. Ma non è nemmeno troppo lontano dalla realtà”.
Come staremo a primavera, dipende dalle regole che seguiremo in inverno. “Se le misure di lockdown, anche parziali e a singhiozzo, riusciranno a ridurre la circolazione del virus, può darsi che arriveremo a primavera in condizioni accettabili” spiega Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr. A quel punto il caldo, i vaccini e i nuovi farmaci potranno aiutarci a erodere il terreno conquistato dal coronavirus. “Già in questi giorni notiamo segni di rallentamento” spiega Paolo Bonanni, igienista dell’università di Firenze. “Con le misure di semi-lockdown in cui si trova buona parte dell’Italia, potremmo veder pian piano scendere anche questa seconda ondata”.
Difficilmente, però, insieme ai cappotti potremmo riporre le mascherine. “Se pensiamo che il vaccino ci liberi già a primavera, rischiamo di illuderci”, spiega Maga. “Non sappiamo se è efficace sugli anziani, non sappiamo quanto dura l’immunità, non sappiamo se chi lo riceve è protetto dai sintomi ma continua a essere contagioso. In genere queste risposte richiedono anni”. E fare iniezioni a tutta o quasi la popolazione italiana richiederà mesi, a essere ottimisti. “Tutte le campagne di immunizzazione mostrano i primi risultati dopo qualche anno” racconta Maga.  
Mascherine, distanza e lavaggio delle mani andranno dunque mantenute, questo è certo. “Saremo stufi, certo, ma ne va della nostra vita. Siamo in una situazione d’emergenza e dobbiamo tenere duro” esorta Bonanni. “Penso che mascherina e distanza siano un sacrificio accettabile, se pensiamo ai nostri nonni che al fronte ci sono andati per davvero. Il negazionismo, dopo tanti mesi di problemi gravi, non è più sostenibile”.  
C’è poi un’incognita a smussare l’ottimismo, fa notare Perno. “L’episodio dei visoni, con il contagio di massa in molti allevamenti, fa scattare un campanello d’allarme. Come tutti i coronavirus, anche questo sembra essere abile nei salti di specie. Lo abbiamo trovato in molti animali, ci sono elementi per ipotizzare che i gatti possano contagiare, nei visoni si è diffuso con grande efficienza. Chi ci dice che già oggi non abbia trovato un altro animale come serbatoio, per esempio i roditori. E’ solo un’ipotesi, ma spiegherebbe in parte la contagiosità estrema”. A primavera, se non avremo chiarito questo aspetto, potremmo ritrovarci con un fiume carsico di virus pronto a rialzare la testa.  
Ma caldo, sole e fine della stagione influenzale ci aiuteranno senza dubbio, come è avvenuto la scorsa estate e come sta avvenendo oggi nell’emisfero sud. “Con il tempo, i virus respiratori assumono un andamento più regolare, basato sul ciclo delle stagioni” spiega Maga. “In linea generale, con il passare del tempo tendono ad attenuare i sintomi. La Spagnola ad esempio, pur essendo un virus influenzale diverso da Sars-Cov2, può fornirci un precedente. Ha fatto disastri per due o tre anni poi si è attenuato. Eppure non è mai sparito dalla circolazione”. Il nostro coronavirus oggi ha fissato una mutazione che si chiama D614G e lo rende più contagioso, ma senza dar segni di aumentata letalità.
Questa è la primavera che ci aspetta, sul fronte del virus. In più dalla nostra parte della trincea, arriveranno vaccini e anticorpi monoclonali. Sui vaccini abbiamo ancora dubbi, “ma ci aspettiamo che riducano la quantità di virus in circolazione nella popolazione” dice Maga. Difficilmente Sars-Cov-2 sarà spazzato via nel giro di pochi mesi. “Se le misure di contenimento invernali saranno efficaci e in primavera arriveremo con una situazione abbastanza buona, riusciremo a vedere presto l’effetto dei vaccini nel ridurre le dimensioni dell’epidemia” aggiunge Perno. Se all’equinozio il galoppo del virus sarà ancora sostenuto, per rallentarlo a forza di iniezioni ci vorrà più tempo.
Ridurre la mortalità del coronavirus, tuttavia, non sarà un miraggio. “Finora abbiamo usato farmaci messi a punto per altre malattie ed efficaci, ma solo in parte, anche contro il coronavirus” spiega Perno. “Gli anticorpi monoclonali saranno la prima vera terapia contro il coronavirus. Dagli studi preliminari, sembrano funzionare bene. Più in là potrebbero arrivare anche farmaci antivirali, che rispetto a vaccini e anticorpi richiedono tempi di sviluppo più lunghi, soprattutto per i controlli di tossicità”.
Sugli anticorpi monoclonali pesa l’incognita sul costo. Sul mercato americano, dove il primo prodotto di Eli Lilly è stato approvato a inizio settimana per uso d’emergenza, si parla di 3mila euro a dose. La loro somministrazione deve avvenire nella prima fase del contagio, quando ancora non si sa se la malattia virerà verso la forma seria o resterà lieve. “Ma in ogni caso, potrebbero rivelarsi farmaci utili per alleggerire la pressione dei malati gravi sugli ospedali” spiega Maga. E questo, per una primavera che oggi sembra ancora lontana, è un grande segnale di speranza. Crediti

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