Categorie
cronaca

La proposta: “Non vacciniamo chi ha già avuto il coronavirus”. Ma la scienza si divide

Giuseppe Ippolito dello Spallanzani: “Non serve, controlliamo se ci sono gli anticorpi”. Ma l’immunologo Sergio Abrignani replica: “Funziona sul sistema immunitario come un richiamo” …

In Italia 850mila persone sono guarite dal virus. Quasi altrettante, oggi positive, lo faranno presto. Tre milioni di dosi di vaccino potrebbero quindi essere risparmiate, se si cancellasse dalla lista delle persone da immunizzare chi dal Covid è uscito grazie ai propri anticorpi.

Ufficialmente, la lista delle priorità delle vaccinazioni non distingue chi ha già vinto la partita col virus da chi è ancora naif. A gennaio, con l’arrivo delle prime dosi, operatori sanitari e anziani delle Rsa saranno da subito immunizzati, senza differenze. Ma il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, ieri ha suggerito di depennare dalla lista chi si era contagiato ed è guarito. Fra medici, infermieri e ospiti delle Rsa, i numeri degli infettati sono stati importanti. «Chi ha avuto il Covid non deve vaccinarsi perché ha già sviluppato gli anticorpi. Semmai dovrà controllare il loro livello. Quando scenderanno, si potrà considerare il vaccino» suggerisce Ippolito.

«Molte delle persone che hanno superato l’infezione, in realtà, restano sconosciute» spiega l’immunologo Sergio Abrignani, direttore scientifico dell’Istituto nazionale di genetica molecolare e professore all’università di Milano. «Circa metà dei contagiati sono infatti asintomatici, spesso rimasti senza diagnosi». Né, prima del vaccino, è previsto un test sierologico per valutare un incontro pregresso col virus. «Vaccinarsi pur avendo la risposta immunitaria indotta dall’infezione non è generalmente dannoso. Anzi, può fungere da richiamo» precisa Abrignani.

Nel primo anno di Covid abbiamo imparato che gli anticorpi dei guariti diminuiscono col tempo. Nei laboratori si sono misurate durate variabili, tra tre e sei mesi. Si sono viste anche molte differenze fra asintomatici e ammalati gravi. «Né conosciamo la qualità e la quantità della risposta immunitaria necessaria a proteggerci» spiega l’immunologo.

Con tante incognite, pensare di espungere dalla lista dei vaccinandi i guariti ancora muniti di anticorpi, purché in quantità alte, «rischierebbe di complicare le cose invece che semplificarle» secondo Carlo Signorelli, professore di Igiene e Salute pubblica all’università San Raffaele di Milano. Per calcolare il numero degli anticorpi nel sangue serve un test sierologico di buona qualità. Le analisi per capire se quegli anticorpi sono anche neutralizzanti (cioè in grado di bloccare il coronavirus) richiedono laboratori estremamente avanzati. Insomma, «se avessi un paziente anziano e fragile, ancorché guarito dall’infezione, non esiterei a vaccinarlo» sintetizza Abrignani.

All’inizio della campagna vaccinale, da gennaio fino alla primavera, ci troveremmo però con un numero di dosi limitato. «In questo caso, a parità di età, anteporrei chi non ha mai incontrato il coronavirus» consente l’immunologo. Ma i vaccini, con il tempo, arriveranno in quantità sufficienti per tutti: l’Italia ha acquistato 202 milioni di dosi. E gli anticorpi dei guariti, ineluttabilmente, caleranno. «Mettere a punto un vaccino in dieci mesi è stata un’impresa che finirà nei libri di storia» spiega Abrignani. «Oggi abbiamo la possibilità di sconfiggere una pandemia con una rapidità record, mai vista prima, grazie alla risposta eccezionale della scienza».

Crediti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *