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Porte dei negozi, bancomat e cassonetti. Ecco i luoghi della città dove il virus è più diffuso

Uno studio rivela dove è più facile infettarsi: in una cittadina campione di 80mila abitanti ed epidemia di media intensità, trovate tracce sull’8,3% delle superfici. Ma la quantità di Sars-Cov-2 è probabilmente insufficiente a causare un contagio …

In giro se ne va per la città, posandosi qua e là. Ma se il coronavirus è ovunque attorno a noi, c’è modo di sapere dove si acquatti veramente? Molti, tra cui il nostro Istituto Superiore di Sanità, lo trovano là dove tutto finisce e si mescola: nelle fogne. Il monitoraggio delle acque reflue è un indicatore fedele dell’andamento dell’epidemia.

Ma anche alla luce del sole, dove camminiamo, tocchiamo, acquistiamo, lui si posa sulle superfici più frequentate dalle nostre dita. Per scoprire dove esattamente, un gruppo guidato dalle università americane Tufts e Berkeley ha prelevato dei campioni su 33 superfici in 12 luoghi pubblici, fra maniglie dei cassonetti, porta della banca, del negozio di alcolici, entrata della metro, negozio di alimentari, pompa della benzina, lavanderie fai da te, ristoranti, minimarket, buche delle lettere, bancomat e pulsanti dei semafori pedonali.

Come campione ha scelto una cittadina del tutto simile a tanti nostri centri urbani, Somerville, nel Massachusetts, non lontano dalle università di Boston, 80 mila abitanti, una densità abitativa molto alta ma un’epidemia di Covid di media intensità, con meno di 1.500 positivi dall’arrivo del virus a oggi.

Tra marzo e giugno, i  mesi in cui sono avvenuti i campionamenti, sull’8,3% delle superfici sono state rilevate tracce di virus. Solo la buca delle lettere e il minimarket sono rimasti intonsi in tutti i prelievi. Le superfici contaminate più di frequente sono risultate la maniglia del cassonetto e quella del negozio di alcolici, seguite da banche e metro. All’aumentare della temperatura, diminuiva il numero di superfici con il virus.

In tutti i campioni però – sottolineano i ricercatori – la quantità di Sars-Cov-2 rilevata era probabilmente insufficiente a causare un contagio. Nessuno conosce la dose di microrganismo necessaria a infettare un individuo. Ma al di fuori dei suoi organismi ospiti, il coronavirus vive “trattenendo il respiro”. La sua sopravvivenza su plastiche e metalli è stata misurata in termini di giorni o addirittura settimane, ma questo è avvenuto in laboratorio. Per strada, dove battono il Sole e il vento, suoi grandi nemici, il coronavirus sopravvive molto meno.

“Stimiamo – scrivono gli autori dello studio, pubblicato sul sito MedrXiv – che il rischio di infettarsi toccando una superficie contaminata sia basso (meno di 5 casi su 10mila). Piuttosto, la percentuale di campioni positivi sulle superfici testate permette di prevedere la variazione di casi a livello della comunità”. L’aumento di prelievi positivi dalle superfici più frequentate dalle nostre mani aumentava infatti sette giorni prima dell’aumento dei casi diagnosticati. Come le acque reflue, anche pulsanti e maniglie in giro per la città possono dunque diventare un termometro dell’epidemia prima ancora che i tamponi diano i loro risultati e i malati affluiscano ai pronto soccorso.
 

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