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Roma, il racconto da dentro l’ospedale: “Questo posto è peggio del coronavirus. Per mangiare abbiamo minacciato di chiamare i carabinieri”

“Abbandono, fame, paura”. Parla Bruno Q. lasciato al San Camillo per 12 giorni su una barella. “Non ci portavano neanche i pasti perché dicevano che gli ausiliari non entravano per paura del contagio” …

“L’ospedale è peggio della malattia”. Parola di Bruno Q., 58 anni, che, colpito dal coronavirus, ha trascorso in Pronto soccorso dodici giorni su una barella. Ha aspettato – invano – che si liberasse un letto in reparto. “Ho trascorso lì i giorni più brutti della mia vita”, commenta scuotendo la testa. Ha la voce rotta da una rabbia sorda. “Sono celiaco; avrei avuto bisogno di una dieta senza glutine e invece niente; anzi, a volte non ci hanno portato neanche i pasti perché, dicevano gli infermieri, gli ausiliari non entravano per paura del contagio”. “Abbiamo litigato un paio di volte per mangiare, minacciando di chiamare i carabinieri e, dopo ore, ci hanno portato quello che hanno potuto raccattare in giro, una scatoletta di tonno, un’insalata, una mela”.

Da quella barella, Bruno Q. ha potuto osservare il mondo da un’altra angolazione, “ma – commenta – le ingiustizie si consumano anche nel luogo della sofferenza: ho incontrato malati di serie A e quelli di serie B, il grosso delle decine di compagni di sventura, perché – argomenta – abbiamo visto alcuni entrare in quel salone e lasciarlo alla volta di un letto il giorno dopo”. “Il grosso dei pazienti, però, ha vissuto con me un vero calvario”. “Per coprirci avevamo solo un lenzuolo; di notte faceva freddo; due malati avevano la coperta e quando uno di loro, con la barella accanto alla mia, è andato via, me l’ha lasciata”. Sulle cure, Bruno Q. non ha riserve: “Siamo stati accuditi bene dagli infermieri che si facevano in quattro perché davvero pochi rispetto al numero dei malati da assistere”.

La degenza di Bruno Q. si è aperta (il 30 ottobre scorso) e si è chiusa (il 10 novembre) in quel Pronto soccorso trasformato, dal virus e dalla carenza di personale, in un girone dell’inferno (dov’è ancora, dopo quasi 15 giorni, una donna di 75 anni). Ha richiesto meno tempo il Covid a liberare Bruno Q. che il San Camillo, la prima azienda ospedaliera della capitale, a sistemarlo in un letto. E dalla barella, il suo sguardo si è perso più volte sugli altri malati, oltre cento nelle ultime ore, che gremiscono l’unica grande sala rimasta attiva dopo la chiusura dell’altra (perché mancano medici e infermieri). E hanno superato quota 73 i degenti Covid positivi.

“È stato un incubo”, ripete ora da casa Bruno Q., “peggio la sanità regionale che la malattia”. “Vivo solo e, senza respiro, non sono riuscito a parlare con il mio medico, l’ho cercato per una giornata; gli ho lanciato un grido d’aiuto in un’email: “Sono senza forze, mi dia un farmaco, mi faccia una flebo, non riesco neanche a stare in piedi”.  “La mattina dopo – continua – ho chiamato il 118 ma l’ambulanza è arrivata all’imbrunire; non volevano trasportarmi in ospedale, perché – mi hanno spiegato – avevano da fare altri soccorsi, forse più urgenti del mio”. “Il coronavirus mi ha lasciato piccoli segni, ho perso sette chili”, conclude Bruno Q., “ma la sanità pubblica, ridotta così, mi ha ferito mortalmente: più del virus”. 

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