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Coronavirus, Remuzzi: «L’epidemia ha riacquistato velocità. Gli aumenti al Sud? Non sono state rispettate le regole» – L’intervista

Per il direttore dell’Istituto Mario Negri al Nord si è sviluppata un’immunità “cellulare” che manca nel resto del Paese. Sul balzo di ieri in Veneto e Lombardia: «L’analisi dei dati giorno per giorno non ha significato. Sono insufficienti per valutare le tendenze»
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La diffusione del Coronavirus, in Italia, ha seguito andamenti diversi. Dopo una prima fase in cui il focolaio del Paese potevano essere considerate le regioni del Nord, in particolare la Lombardia, si è passati a una situazione, da maggio fino alla prima metà di agosto, in cui il virus colpiva il Paese a macchia di leopardo, con dei cluster che si sviluppavano localmente senza una marcata continuità geografica. Infine, complici le vacanza estive e l’allentamento delle norme di comportamento, l’epidemia ha cambiato ancora il focus, incidendo particolarmente sul Centro-Sud Italia.

«È da tempo che sottolineiamo tre manifestazioni diverse della stessa epidemia – afferma il professor Giuseppe Remuzzi. Nella prima fase, si riscontrava una grande intensità al Nord, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria, una minore intensità al Centro e al Sud quasi nulla. Poi, siamo arrivati al punto in cui a maggio e giugno le vittime in Italia erano praticamente sovrapponibili rispetto ai morti degli stessi mesi del 2019: l’epidemia era sotto controllo. Infine, l’epidemia ha riacquistato velocità nella sua diffusione», sintetizza il direttore dell’Istituto Mario Negri.

Professore, soffermiamoci sulla terza manifestazione dell’epidemia: a che punto siamo?

«L’incidenza, nella fase recente, è prevalente nel Lazio, in Campania, in Puglia, nelle isole e in particolare in Sicilia. Una delle motivazioni sembrerebbe il rispetto delle regole introdotte durante il lockdown, seguite più pedissequamente al Nord che al Sud. Un altro fattore è costituito dalla vacanze e dai casi di importazione. Infine, ritengo importante sottolineare che il virus, tra febbraio e marzo, è circolato molto più al Nord. Si è creato un certo tipo di immunità nel Settentrione, da non confondere però con l’immunità di gregge. Fatto sta che le persone al Nord hanno sviluppato gli anticorpi perché, anche se non si sono ammalate, con più probabilità hanno incontrato il virus».

Di che tipo di immunità parla?

«Si tratta dell’immunità cellulare. Ovvero, le cellule ricordano di aver visto il Sars-CoV-2, ma anche qualcosa di simile a esso. Penso alle proteine di altri virus, per esempio a quello del raffreddore. Oppure può essere un’immunità indotta dalle proteine utilizzate per vaccinare i bambini. Ed è una dimostrazione del fatto che i bambini, benché possano avere una cospicua quantità di Coronavirus in gola e nel naso, generalmente non si ammalano e non risultano contagiosi. Dai 16 anni in su, invece, la contagiosità degli infetti aumenta vertiginosamente».

Eppure anche i bambini muoiono a causa della Covid-19.

«Per chiarire la storia dei bambini c’è un esempio illuminante. Dall’inizio della pandemia fino a giugno, negli Stati Uniti sono morti 28 bambini a causa del nuovo Coronavirus. Nello stesso periodo, quasi diecimila giovanissimi della stessa età sono morti per altre cause. Per i bambini, e questo è un dato di fatto, è più pericoloso andare in motorino che contrarre il Sars-CoV-2».

Tornando alla questione geografica, ha altre spiegazioni per l’impatto che sta avendo il virus sul Centro-Sud?

«Non mi risulta difficile dirlo: al Centro-Sud manca l’attenzione comportamentale che c’è stata al Nord, dove le persone si sono spaventate di più perché vedevano morire i propri famigliari. Sono stanco di ripetere quanto sia necessario lavarsi le mani, indossare le mascherine, mantenere le distanze. Eppure sembra che molti non abbiano assimilato certe regole. Cambiando la prospettiva ed estendendola all’intero pianeta, però, ritengo che la situazione, da settembre, stia migliorando e che l’incidenza del virus stia progressivamente calando».

Eppure i dati di oggi, 1° ottobre, mostrano un incremento dei nuovi casi più forte al Nord: 445 casi in Veneto, 324 in Lombardia

«Non ha nessun significato l’analisi dei dati giorno per giorno. Anche perché sono suscettibili del numero dei tamponi eseguiti e insufficienti per valutare delle tendenze. Se potenzialmente, in Lombardia, ci fossero stati il 100% dei casi di oggi, sarebbe comunque un elemento irrilevante: bisogna guardare il numero di ospedalizzazioni. Oggi in Lombardia le terapie sono aumentate di una sola unità, questo è quello che conta: alla luce di ciò, i 324 contagi non sono necessariamente una brutta notizia. Anche perché la maggior parte di essi è asintomatica e non è detto che sia veicolo di trasmissione del virus. Al Centro-Sud, invece, le ospedalizzazioni stanno aumentando: c’è un piccolo aumento continuo che satura le terapie intensive del Sud, che sappiamo essere più fragili di quelle del Nord. Bisogna riuscire a stabilizzare il dato delle terapie intensive al Meridione, cercando i focolai e inseguendo i positivi che sono contagiosi».

Quando finirà, per lei, l’emergenza?

«Sicuramente l’epidemia sta esaurendo la sua portata. Non possiamo sapere se si esaurirà totalmente tra sei mesi, in due o tre anni. Un lavoro di Nature diceva che ogni problema con il Coronavirus si sarebbe risolto nel 2024. Ad ogni modo, ci stiamo muovendo verso una situazione di maggior controllo. Basta pensare ai casi confermati di morte. Certo, adesso stanno aumentando lievemente, ma il numero dei decessi resta ancora bassissimo. I malati, anche se ricoverati, sono meno gravi di prima. Il tasso di mortalità dei pazienti in terapia intensiva, che prima era pari al 50%, adesso è al 5%».

Perché i medici sanno trattare meglio la Covid-19?

«Questo è un luogo comune sbagliato. I medici utilizzano gli stessi medicinali che utilizzavano nella fase acuta della pandemia. Ora come prima, si usa il cortisone, che i medici più accorti hanno utilizzato da subito. Stessa cosa per l’eparina, l’anticoagulante che riduce in modo importante la mortalità. Il Remdesivir, invece, che funziona nel 30% dei pazienti, aiuta soltanto a velocizzare la guarigione: i pazienti ai quali viene somministrato potrebbero togliere il tubo della ventilazione meccanica 3-4 giorni in anticipo. Più del Remdesivir è il cortisone, che tra l’altro costa molto meno, a essere utile per i malati. Per il futuro, saranno utilissimi gli anticorpi monoclonali, una prospettiva di trattamento sicura e a rapida immissione sul mercato. Per il vaccino, invece, la strada è ancora lunga: non sappiamo se sarà sicuro, se sarà efficace e quanto durerà la sua copertura».

Quindi non ci sono buone notizie sul fronte vaccini?

«La buona notizia è che si è accertato che altri vaccini, persino quello antinfluenzale, ma in particolare quelli contro la poliomelite, il morbillo, la rosolia, lo pneumococco, proteggono in modo importante dal Sars-CoV-2. Non perché l’organismo è in grado di riconoscere le proteine del Covid, ma perché abituato a reagire a virus simili risponde meglio quando un elemento estraneo entra nel corpo. Il sistema immune confonde il Sars-CoV-2 con altri virus che ha già conosciuto in precedenza».

A proposito di vaccini, lei ha citato quello antinfluenzale: è in corso una polemica in Italia sull’approvvigionamento in Italia che sembrerebbe non essere sufficiente.

«È una questione squisitamente politica: l’approvvigionamento dei vaccini e la loro distribuzione ha a che vedere con decisioni in capo al governo, alle Regioni e alle industrie farmaceutiche, che scelgono di venderli a chi li ha prenotati prima o dove ci può essere un ritorno economico maggiore. Quello che posso dire io è che l’antinfluenzale bisogna farlo. So benissimo che le dosi scarseggiano nelle farmacie, ma le 17 milioni circa acquistate dall’Italia potrebbero bastare per la popolazione a rischio poiché non tutti i cittadini vogliono vaccinarsi. Quello che è mancato è una chiarezza nell’informazione: le persone dovrebbero avere le idee chiare sulla filiera dei vaccini, sugli accordi che il governo stringe con le industrie farmaceutiche e il metodo di approvvigionamento delle Regioni. Il percorso che porta alla campagna di vaccinazione deve essere esplicitato ai cittadini, insieme a un’informazione più martellante sulla necessità e le procedure per richiedere una dose».

Come gli spot fatti per l’utilizzo della mascherina.

«Dal momento che c’è un’unità di crisi per l’emergenza Covid, sarebbe stato utile che questa, esattamente come igiene delle mani, distanza e e mascherina, avesse allestito una macchina informativa per rendere edotti i cittadini su come ottenere il vaccino antinfluenzali. Certo, trovo ridicolo che la raccomandazione generale sia di farsi la vaccinazione e poi, in farmacia, le dosi sono irreperibili. Mi riferisco, ovviamente, alla popolazione che non rientra nelle fasce protette».

Perché è utili vaccinarsi contro l’influenza?

«Qui c’è un grosso equivoco: ho sentito dire dalla maggior parte delle persone che vaccinarsi è utile perché, nel caso di una sintomatologia dubbia, è più facile per i medici dell’ospedale sapere se si tratta o meno di Covid. È un’affermazione imprecisa, perché la vaccinazione antinfluenzale garantisce solo il 50% di chi la fa. Non credo che sarà, dunque, dirimente per la diagnosi differenziale. Una persona può aver fatto il vaccino antinfluenzale e contrarre benissimo l’influenza. Piuttosto, il vantaggio è un altro: più sfidi il sistema immune, più questo si attrezza per affrontare altri virus. Ci sono studi che dimostrano che il vaccino antinfluenzale protegge dal Coronavirus il 20% circa delle persone a cui viene somministrato. Con i risultati migliori nella fascia di popolazione over 65. C’è anche un’altra ragione per vaccinarsi: soprattutto per le persone considerate a rischio, contrarre il Coronavirus e, contemporaneamente, anche l’influenza aggrava di più la sintomatologia della Covid-19».

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