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Coronavirus, idee per il dopo: ospiti Keen, Gino, Murray, Nuti e Peyo

“Il new normal non esiste, no, il new normale sarà un salto nel futuro”. Il direttore di Sky Tg24 Giuseppe De Bellis apre la seconda puntata dell’approfondimento “Idee per il dopo” (GUARDA LA PRIMA PARTEGUARDA LA SECONDA PARTE) e riparte da dove si era chiuso il primo appuntamento, da due definizioni opposte. “E di idee continuiamo a parlare anche questa sera. Lo facciamo con filosofi, economisti, pensatori contemporanei. Uomini e donne che hanno immaginato il futuro e continuano a farlo. Con loro cercheremo di capire come sarà la nostra società, la nostra nuova normalità. Benvenuti, quindi. Benvenuti alla seconda puntata di Idee per il dopo”. In questa seconda puntata sono con noi: Andrew Keen, scrittore e regista; Francesca Gino, docente Harvard Business School; Douglas Murray, giornalista politico; Sabina Nuti, Rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; e Tomas Pueyo, vicepresidente Course Hero Growth

GLI INTERVENTI DELLA PRIMA PUNTATA

Giuseppe De Bellis: Comincerei subito dalla professoressa Gino. Benvenuta di nuovo. Grazie di essere qui. Lei ha scritto un libro intitolato “Il Talento Ribelle”. Mi chiedo in questo momento in cui molti nel mondo sono all’interno delle loro case o comunque vincolati negli spostamenti, la ribellione non rischia di essere una contraddizione?
Francesca Gino: Io direi di no, al contrario, proprio momenti come questi ci obbligano a ripensare il modo in cui lavoriamo, pensare al modo in cui viviamo la vita, che questa crisi – nonostante sia molto negativa in tanti aspetti – può creare un momento di riflessione, dove tutti noi ci possiamo guardare all’interno, e cercare di capire in che modi uscirne vincenti. Cercare di ripensare come ci approcciamo al lavoro cercare di ripensare come ci approcciamo alla vita, in modo più curioso e riportare tanta della voglia di avere gioia nelle piccole cose che magari non saremmo riusciti a godere se non fosse per questa crisi.
Giuseppe De Bellis: Rettrice Nuti, vengo da lei adesso perché guida una scuola di eccellenza. La prima curiosità che ho è questa: come si approccia il talento in questo momento, in cui si ha più tempo per riflettere? ? Anche immaginando quello che accadrà dopo. Bisogna lavorare in maniera diversa con i ragazzi per costruire il loro futuro o le regole sono sempre le stesse anche in una situazione come questa?

Sabina Nuti: Penso che questa sia un’occasione, tutti i momenti di crisi sono delle difficoltà ma anche opportunità. E quindi penso agli allievi del Sant’Anna. In parte sono a casa, rientrati ai loro domicili;in parte, 75, sono ancora nel nostro collegio perché non sono potuti tornare a casa, provenendo da zone ad alto contagio Covid. Questi ragazzi si sono messi all’opera per dare il loro contributo, hanno realizzato una serie di iniziative per offrire le loro competenze e la loro capacità, il loro entusiasmo, la loro passione al servizio. Quindi stanno lavorando in una serie di progetti Covid, legati soprattutto alla Fase 2. Per esempio, robotica per la sanificazione degli ambienti ad alto rischio; oppure una serie di video formativi per  altri ragazzi, su come comportarsi in questo periodo. Quindi direi che alla fine è anche un’opportunità per capire che ruolo possono avere nella società di oggi e di domani.

Giuseppe De Bellis: E questo è molto interessante. Ci torniamo dopo perché il futuro del lavoro è un’altra delle questioni che vorrei affrontare con lei. Andrei un secondo da Keene per chiedergli invece una riflessione. Spesso le epidemie, le pandemie hanno fermato il futuro. In altre circostanze lo hanno accelerato. Allora mi chiedo, in questo caso in cui siamo costretti a rispettare un distanziamento sociale, il futuro è più lontano da noi oppure viviamo un’era talmente veloce da permetterci di raggiungere il futuro senza intoppi?

Andrew Keen: Credo che la pandemia acceleri il futuro in molti modi diversi. Prima di tutto distrugge l’industria analogica e la vendita al dettaglio e trasforma lo spazio fisico in spazio digitale. Facciamo tutto on-line, compresa questa conversazione. In secondo luogo sta alterando la natura stessa dell’economia. In America, le 5 società informatiche più grandi fanno il 20% dell’economia. Da un lato, questa crisi aumenterà il dominio del mercato da parte di una piccola manciata di aziende che detengono il monopolio informatico. Ma alla lunga accelererà anche la reazione contro questa tendenza. Penso che man mano che la crisi si risolverà, la gente tornerà alla normalità. Inizierà ad apprezzare di più il valore dell’analogico e del fisico. Quindi l’effetto di questa crisi non è soltanto accelerare il trionfo del digitale. Questo succederà, soprattutto a breve e medio termine; alla lunga provocherà il contrattacco dell’analogico e ci renderemo conto che molti di noi non vogliono vivere in forma digitale. Vogliono tornare al mondo fisico.

Giuseppe De Bellis: Murray, a lei voglio chiedere, invece, una riflessione sulla chiusura delle frontiere, sugli effetti che sta avendo in questo momento e che può avere nei prossimi mesi e probabilmente anni. Le chiedo: la società globale sarà meno multiculturale rispetto al passato oppure quando riapriranno le frontiere torneremo a essere molto più multiculturali?

Douglas Murray: Potrebbero verificarsi entrambe le opzioni di cui stiamo parlando. Stiamo affrontando una situazione senza precedenti e chiunque pensa di poter prevedere quale sarà l’esito finale, di solito sta semplicemente elencando le proprie speranze mascherandole come previsioni sul futuro. Direi solo questo sul problema dei confini di cui ho scritto molto di recente. Mi ha colpito in particolare un fatto: dopo gli anni che ho dedicato a questo argomento, non mi sarei mai aspettato di vedere, non solo i leader degli stati europei, ma anche il primo ministro canadese, Justin Trudeau – che di recente ha promosso spesso il fatto che le frontiere del Canada siano aperte – chiudere all’improvviso tutti i confini. Ci troviamo in un mondo nuovo e potranno succedere cose inaspettate in tutti gli ambiti. E questo è solo uno di essi. Quello che per me è interessante è che altre cose a cui ci siamo abituati, a causa di questa crisi, avranno un impatto sugli ultimi stati di altre crisi indipendenti. E penso che sia quasi una certezza. Ma come ci arriveremo? Si può solo fare speculazione. Forse alla fine vorremo tutti lasciare i confini per viaggiare più di quanto facevamo prima. Può succedere tutto.

Giuseppe De Bellis: Pueyo, lei ha scritto un articolo che è stato letto da 40 milioni di persone nel mondo. Sostanzialmente è l’articolo più letto sull’emergenza coronavirus. In questo articolo parla del martello e della danza. In questo momento in molti paesi europei, tornando la sua metafora, stiamo cominciando entrare nell’era della danza. Mi può spiegare a che cosa si riferisce, come sarà il nostro modo di vivere e se c’è la possibilità di tornare col martello?

Tomas Pueyo: In breve il martello è quando non sappiamo cosa sta succedendo, i casi aumentano esponenzialmente e serve il lockdown per ridurre i contagi e anche per guadagnare il tempo necessario a capire cosa fare dopo. La domanda è cosa succede dopo? E come sarà la vita in futuro? Quello che sappiamo per certo è che non sarà in tutto e per tutto com’era prima. Un’altra cosa che possiamo fare è guardare quello che è successo in altri paesi per farci un’idea di quello che può succedere nei nostri. Per esempio in Corea del Sud, a Taiwan, stanno vivendo e controllando questa epidemia senza grossi disagi. Quello che sappiamo ad oggi è che la situazione sarà più rilassata, saremo in grado di tornare a scuola e potremo tornare al lavoro. Ma ci sono alcune cose che dobbiamo fare, e fare bene, perché queste misure vengano allentate. Per esempio, bisogna effettuare bene i test, così come il tracciamento dei dati, l’isolamento, la quarantena. Tutti devono indossare la mascherina, anche una fatta in casa. Preservare l’igiene pubblica, mantenere le distanze, tutte queste misure devono esserci. Oggi, nei paesi occidentali non le stiamo attuando bene per poter prendere parte a questa danza, dobbiamo imparare a ballare perché se non sappiamo i passi potremmo cadere sulla pista.

Giuseppe De Bellis: Grazie. Professoressa Gino, lei insegna a Harvard, i suoi studi e le sue ricerche finiscono sul tavolo di molti manager internazionali, oltre che sull’Harvard Business review, che viene letto a sua volta da tutti i manager internazionali. In questo momento, in queste settimane, abbiamo visto molti scienziati, molti leader politici, ma pochi manager e pochi capi azienda in pubblico. Allora le chiedo: se lei dovesse dare un suggerimento a questi capi azienda che stanno per riaprire loro aziende, in questo momento, quale darebbe? La prima frase da dire ai dipendenti e ai lavoratori per tranquillizzarli o per ingaggiarli?

Francesca Gino: Io cercherei di ritornare ai valori su cui l’azienda si basa. Per tanti leader e manager con cui parlo e lavoro, l’idea è di focalizzarsi su come rendere sicuro il lavoro per le persone. Secondo me, cercare di pensare come ritornare al lavoro, in modo che le persone si sentano calme e sicure, è la cosa più importante. Perché spesso, in un momento di crisi, riusciamo a rivelarci come leader e se per mesi e anni abbiamo sempre detto che le risorse umane sono la nostra top priority questo è un momento buono per dimostrare che siamo fedeli alle nostre parole.

Giuseppe De Bellis: Pueyo, sempre tornando a quello che ha scritto, e traslandolo in ciò che sta accadendo, abbiamo visto quanto le regole date dai governi vengano rispettate da cittadini. In una misura forse sorprendente, almeno rispetto a quanto eravamo abituati e quanto immaginavamo. Mi chiedo, siccome l’umanità ha dimostrato di essere responsabile, abbiamo forse capito che il futuro dipende da come l’individuo si comporta? Pensa che sarà una società più matura quella del dopo, oppure torneremo ad essere un po’ più immaturi e quindi torneremo ad essere quello che eravamo prima.

Tomas Pueyo: Gli esseri umani non sono stupidi. Uno dei motivi per cui in alcuni paesi, nel passato o in certe situazioni, il popolo non segue ciò che i leader dicono, è che questi non sono affidabili o non si sono guadagnati la fiducia. Ora invece le persone li seguono perché comprendono la situazione e quello che è necessario fare. Credo sia questo il compito di chi comanda, creare le circostanze adatte perché i singoli possano essere responsabili e fare la cosa giusta. La maggioranza delle persone reagirà a questo e farà ciò che deve. Ma la maggioranza non vuol dire tutti. Ci servono delle misure che tengano conto di chi non vuole rispettare questa situazione. Credo che la Svezia sia un buon esempio di governo che non è stato troppo aggressivo con il distanziamento sociale, mentre la popolazione l’ha attuato di sua iniziativa. Si vede dai numeri che le attività e la mobilità si sono ridotte di un terzo. Quindi le persone sanno fare la cosa giusta se gli viene spiegata la situazione. 

Giuseppe De Bellis: Murray, lei ha definito eroico l’atteggiamento degli italiani nel vivere e nel contrastare l’emergenza. Secondo lei l’Europa si è accorta di questo eroismo o tratta ancora l’Italia come un paese di cui non fidarsi tanto. 

Douglas Murray: È una domanda molto difficile e sicuramente sapresti rispondere meglio di me. Vorrei far notare solo che, nel panorama politico, sono successe delle cose affascinanti. Direi che la prima interessa tutti i nostri paesi in qualche modo e vale la pena menzionarla perché passa spesso inosservata. L’Italia negli ultimi anni, o il mio paese, la Gran Bretagna, e tutti gli stati europei che mi vengono in mente, parlano da anni del fatto di non essere uniti. Sostengono che manchi la fiducia nelle istituzioni politiche, che non ci si fidi degli esperti, eccetera. Credo che questa crisi abbia dimostrato che non è vero, o perlomeno che ci siano poche teste calde. Ne abbiamo discusso molto ed è emerso che quando un dirigente politico eletto informa la popolazione di un problema serio come la pandemia; quando gli scienziati esperti appaiono pubblicamente la gente ascolta. È una cosa che non è stata rimarcata abbastanza, ma su cui penso potremmo fare affidamento nei prossimi anni. Qual è la fiducia vera e quali sono le discussioni fasulle sulla fiducia. Un’altra cosa che credo sia sorprendente è che c’è una serie di questioni internazionali in atto. Nessuna di queste è nuova. Questa crisi, come è stato già detto, ha solo velocizzato i problemi preesistenti, tra cui le crisi politiche. Ovviamente è stato un problema fin dall’inizio il fatto che ci fosse una crisi all’interno dell’Unione Europea. È una falla che c’è sempre stata, solo che ora si manifesta. Una crisi internazionale più ampia che vediamo è la tensione per esempio con la Cina, che cerca di estendere la propria sfera di influenza e sottrarre all’orbita europea i suoi attori principali. Credo che una delle cose più interessanti accadute finora, sia quello che è successo in Serbia. Con la dichiarazione del presidente che diceva che l’Europa aveva deluso la Serbia e che la Serbia si fidava soltanto della Cina. In questo si vede un problema di fondo, una tensione reale, che viene esacerbata e portata allo scoperto. Una tensione che i paesi sentiranno: Quali sono le alleanze vere? Chi sono i nostri veri amici? E la verità è che per molti stati è una situazione stressante. Penso che l’Italia abbia sofferto più di molti altri e che gli italiani abbiano tutto il diritto di provare risentimento verso la reazione iniziale di alcuni degli alleati.

Giuseppe De Bellis: Anche su questo tema torniamo perché voglio sentire l’opinione degli altri ospiti. Però adesso voglio chiedere a Keen il suo giudizio su questo fatto: nel corso della storia dell’umanità, l’andare a vivere in maniera massiccia nei grandi centri urbani, il creare megalopoli abbia probabilmente aiutato il nostro ecosistema. Senza che noi lo volessimo, abbiamo creato l’ambiente paradossalmente più ospitale per un virus. Per cui grandi città, grande concentrazione di esseri umani mezzi pubblici, strade affollate. Abbiamo capito che per uscire da questa situazione, dovremmo invece distanziarci anche in futuro. Ma sapremo darci questa normalità o è troppo difficile per noi?

Andrew Keen: Non credo sia troppo difficile, forse metterà in evidenza ai costi della città, non tanto quelli economici quanto quelli esistenziali ed i suoi rischi. Entrare in città è già pericoloso di per sé, sospetto che questa crisi sia perfetta per i conservatori che si preoccupano di tutto. C’è sempre una scusa per non fare le cose. C’è sempre una buona ragione per non abitare in città. Già nel XIX secolo era pericolosa. C’erano persone di tutti i tipi di varie religioni e nazionalità. C’erano vari elementi insoliti che non erano accettabili dalla società convenzionale. Quindi credo sia un bene per la città. Io vivo a San Francisco, una città in cui i prezzi sono altissimi, piena di tecnologia e milionari. Il problema è la sparizione della classe media, un argomento di cui non abbiamo ancora discusso. Il modo in cui la crisi accelera i problemi del capitalismo, la disparità tra ricchi e poveri e l’assottigliamento della classe media. Non credo che ricominciare sia necessariamente un male per le città. Di certo un posto come San Francisco, dove queste disparità sono radicali e ci sono molti senzatetto, si presta volentieri a una crisi esistenziale o culturale. Non penso sia un male che le città inizino da capo e si reinventino. In questo senso credo che la crisi ci stia costringendo a mettere tutto in discussione. E secondo me la vita urbana ha grandi opportunità. La vera difficoltà quando si parla delle metropoli, e vale sia per l’Europa che per gli Stati Uniti, è per il commercio al dettaglio. Ho già parlato del trionfo del digitale: tutti comprano on-line, la prima linea della crisi economica è quella dei negozi, ristoranti, bar che stanno chiudendo. Quindi la vera sfida è riuscire a reinventare il commercio al dettaglio, i beni alimentari, l’abbigliamento, lo shopping. L’era post-pandemica offre grandi opportunità agli imprenditori e spero che Amazon non domini tutto, che la città del futuro non debba fare a meno dei negozi. Perché lo shopping è il cuore dell’esperienza urbana.

Giuseppe De Bellis: Pueyo vedevo che lei stava annuendo alle parole di Keen. Qual è la sua opinione sul futuro delle città? Diceva Keen che potranno riadattarsi, alcune potranno tornare a a prosperare, a essere efficienti e anche luminose nel modo di vivere. Che cosa sarà la città del futuro?

Tomas Pueyo: Anch’io abito a San Francisco e vedo queste disparità ovunque. I costi sono altissimi e una delle ragioni è che gran parte delle tecnologie di tutto il mondo vengono create qui. Quindi la ricchezza nasce. Qui molti diventano milionari e comprano tutto e i prezzi degli immobili lievitano. Una cosa che la crisi ha dimostrato è che non serve essere qui per essere produttivi, quindi una conseguenza è che ci sarà più lavoro da casa, non ci sarà bisogno di affondare le capitali e che si potrà lavorare da qualunque parte del mondo. Quindi anche la ricchezza sarà sparsa in tutto il mondo. E la crescita di aziende come Zoo, Google Hangouts e strumenti simili, favorisce magnificamente la distribuzione del lavoro e quindi della ricchezza. Ma questo non risolve molti altri problemi che sono stati menzionati come quello dei negozi. Il problema è che se tutti restano a casa per lo smart working, che ne sarà dell’esperienza comune che si avrebbe per strada. Al momento gran parte della socializzazione è nello shopping. Se lo perdiamo, cosa succederà? Come interagiremo con le persone? È un problema irrisolto che preoccupa anche me.

Giuseppe De Bellis: Nuti, quando prima Murray parlava della differenza che a volte c’è stata tra i politici e scienziati e il loro rapporto, mi sono venute in mente le situazione di tantissimi paesi, tra cui l’Italia. Abbiamo visto dei momenti di alternanza tra scetticismo iniziale nei rapporti, poi una comunanza di visioni e poi di nuovo scetticismo. Mi interessa la sua opinione su chi dovrebbe avere l’ultima parola in una situazione come questa.

Sabina Nuti: Sicuramente, penso, la politica. Perché in qualche modo, lo vediamo dalle varie task force che sono state istituite, anche nel nostro Paese, credo che il periodo che stiamo vivendo ha bisogno di tante competenze e quindi di tanti esperti e ognuno porta il suo contributo, abbiamo bisogno degli epidemiologi, dei virologi, però anche gli economisti, anche di esperti di sistemi sanitari e di politica sanitaria. Quindi in realtà poi spetta alla politica prendere le sue decisioni. È sua la responsabilità di mettere insieme i diversi contributi e trovare una soluzione. In un certo senso, non credo che si possa delegare solo al gruppo dei tecnici. A loro tocca fornire una serie di informazioni, ma poi il ruolo di prendere le decisioni penso che spetti alla politica.

Giuseppe De Bellis: Murray, su questo tema mi interessa la sua opinione perché ho letto dei suoi articoli sulla leadership mancante in una situazione come questa. Che cosa vede? Vede un leader che può guidare il mondo fuori da questa situazione? O anche soltanto dei paesi, un gruppo di paesi? Oppure siamo in un momento di totale assenza di leadership?

Douglas Murray: Chiaramente una guida politica c’è, come ho detto, mi ha colpito che la leadership dei governi stia avendo tanto seguito. Ovviamente ci sono delle persone che non stanno seguendo le direttive, ma sono solo una minoranza. Se ci avessero detto un anno fa che un politico di un Paese come l’Italia, la Gran Bretagna o la Francia, avrebbe ordinato di restare a casa e non uscire non avremmo mai creduto che sarebbe successo e che la popolazione l’avrebbe fatto. Invece eccoci qui. Credo ci sia un altro punto che vale la pena sottolineare. Cioè che quando un politico ammette di aver fatto una scelta sbagliata, molti paesi non la vedono come una brutta cosa. Sto pensando al presidente francese Macron che ha ammesso pubblicamente davanti alla Francia quello che la sua amministrazione ha sbagliato nei primi giorni della crisi, non mi sembra che sia un fatto negativo. Anzi. Dimostra che in molti paesi c’è molta più fiducia nella classe dirigente di quanto pensiamo. La popolazione francese si è resa conto che i governi stanno facendo del loro meglio per far fronte a delle circostanze difficili. Molti consigli contraddittori, mettiamola così: riguardo i due problemi di questo periodo, la competenza medica ed idrologica da una parte e la realtà economica dall’altra. Credo che molti paesi abbiano compreso in modo maturo che quello che stiamo affrontando è un problema serio e che i nostri leader politici stanno cercando delle soluzioni. Se posso dirlo, c’è un paese in particolare dove evidente che questa comprensione sia inferiore e sono gli Stati Uniti. Due degli altri ospiti sono residenti a San Francisco, una città che ho sempre considerato una grande distopia. San Francisco è una dimostrazione esacerbata dei problemi urbani che esistono anche altrove. Solo che lì sono più gravi. Ho nominato San Francisco solo per accennare al fatto che trovo sbalorditivo che in America sia così difficile vedere questo virus al di là del filtro applicato dalla prigione politica esistente. Il mio Paese negli ultimi anni è stato diviso come gli Stati Uniti. Ma quando si è presentata la crisi, c’è stato, in generale, un maggior rispetto delle direttive ed è evidente che al momento gli Stati Uniti non possano fare ricorso alla fiducia nel governo. E che perfino in questa crisi tutto venga visto che un’unica fastidiosa prigione politica.

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