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Il Coronavirus è diventato endemico? La risposta (probabile) arriva dai visoni

Il SARS-CoV2 è aiutato da diversi fattori nella sua diffusione, secondo alcuni inarrestabile. Affrontarli non dipenderà solo dai futuri vaccini
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Scongiurare la possibilità che il nuovo Coronavirus diventi endemico è stata forse la principale priorità fin dall’emergere della Covid-19 in Cina, cercando di tracciare il più possibile i vari pazienti zero, i super-diffusori, e monitorando i viaggiatori di rientro da Wuhan. Qualcosa forse non è andata sempre per il meglio, inoltre solo più tardi sono emersi indizi di una probabile presenza del SARS-CoV2 nel Nord Italia fin da gennaio.  Perché un virus diventi endemico occorre che una rilevante quota della popolazione sia stata contagiata. È piuttosto diverso da quel che vorremmo raggiungere coi vaccini, risparmiando quindi delle vittime: l’immunità di comunità, ovvero una significativa quantità di persone immunizzate nella popolazione, senza essere state contagiate. 

Lo spettro del virus endemico

Lo spettro del virus endemico è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica. Dovrebbe essere il principale problema da scongiurare, eppure leggiamo a volte proposte riguardanti l’idea di lasciare che il virus circoli, tenendo isolati – non si capisce bene in che modo – i soggetti ritenuti più a rischio.  La probabilità che il SARS-CoV2 diventi endemico è piuttosto alta. Basta dare uno sguardo ad altri virus respiratori che lo sono già, come quelli influenzali o il Coronavirus HCoV-OC43, responsabile del comune raffreddore; quest’ultimo ci interessa citarlo anche perché infetta sia uomini che bestiame. Abbiamo quindi la zoonosi, ovvero la possibilità che il virus circoli anche in altri animali, che a loro volta potrebbero ritrasmettercelo. Infine, com’è tipico nei virus respiratori, l’immunità non dura per sempre. 

Il problema dell’immunità

Abbiamo già riscontrato casi di pazienti re-infettati nell’arco di qualche mese. Sul ruolo del nostro sistema immunitario del resto, troviamo informazioni pro e contro di noi. Stanno emergendo studi, che suggeriscono la presenza nella popolazione di individui immuni per via di precedenti infezioni da Coronavirus umani comuni (HCoV): sono state trovate cellule T e altre responsabili dell’immunità cellulare non specifica, in pazienti apparentemente mai infettati dal SARS-CoV2; più recentemente sarebbero stati trovati anche anticorpi specifici in grado di riconoscere il nuovo Coronavirus, in campioni raccolti tra il 2011 e il 2018.

Ma le cellule T, che in quanto non specifiche in questo caso possono proteggere da diversi Coronovarius, sono state associate in alcuni casi, anche a un presunto mancato coordinamento del sistema immunitario, che secondo diversi studi appare correlato alla tempesta di citochine, le cui conseguenze nel tessuto polmonare sono il segno più evidente delle forme gravi di Covid-19. Tutto questo potrebbe spiegare la presenza di asintomatici e presintomatici (distinguerli non è sempre facile: i primi in reltà hanno comunque dei sintomi), che assieme ai super-diffusori sono la cifra dell’alta trasmissibilità di questo virus.

Ecco perché comunicati come quello recentemente diffuso dalla casa farmaceutica Pfizer, riguardo al presunto arrivo imminente di un vaccino, ci tengono col fiato sospeso, nonostante sussistano ancora dubbi, che solo la pubblicazione di uno studio potrebbe sciogliere. Vaccinare una ampia quota di popolazione in un breve lasso di tempo, unito alle norme di distanziamento sociale, potrebbe scongiurare lo spettro dell’endemicità, o renderlo notevolmente meno rilevante. 

Il Coronavirus negli altri animali

Come si ipotizza essere successo nel caso del SARS-CoV (il virus della epidemia di SARS emersa nel 2002 e scomparsa nel 2004), i Coronavirus possono andare a «nascondersi» in altri animali, e da questi il rischio che tornino da noi è sempre presente.

Sappiamo che SARS-CoV2 è frutto di uno spillover («tracimato» da altre specie animali agli umani) e questo riflette la sua origine zoonotica. In pratica abbiamo un nuovo Coronavirus derivato dai BetaCoronavirus dei pipistrelli, che mostra parentele con altri presenti nei pangolini; anche se il ruolo di questi ultimi come ospiti intermedi prima del salto nell’uomo è ancora oggetto di dibattito. In generale abbiamo degli ospiti serbatoio, come pipistrelli o uccelli, che trasmettono i patogeni ad altri animali, i quali fungono da ospiti amplificatori – come si sospetta per i pangolini, o per certe scimmie che hanno trasmesso Ebola all’uomo.

Non esiste però un piano della natura volto a fare di noi i destinatari ultimi di un virus. Questi aspetti fanno dei mammiferi più vicini a noi (cani e gatti), dei soggetti importanti per svolgere ricerche utili, sia per loro che per noi. Un esempio è lo studio pilota apparso recentemente su PNAS (Organo dell’accademia americana delle scienze), dove si arriva a suggerire che i gatti potrebbero essere un eccellente modello per lo sviluppo di un vaccino, senza pregiudicare la loro salute durante gli esperimenti. Ma il salto davvero preoccupante del virus – come vedremo a breve – è quello verso i visoni da allevamento.

Non dobbiamo temere cani e gatti, anzi potrebbero esserci di grande aiuto

L’interesse dei ricercatori di PNAS era quello di studiare le implicazioni della zoonosi, non solo dal nostro punto di vista (quindi come unici destinatari finali), ma anche nelle popolazioni di animali che vivono assieme a noi, le quali restano ancora scarsamente note. I risultati se confermati in altri studi più ampi, dovrebbero rassicurarci su diversi punti importanti. Innanzitutto nel caso trasmettessimo il virus ai gatti, questi non svilupperebbero alcun sintomo. I ricercatori hanno documentato una «robusta risposta anticorpale neutralizzante», questa impedirebbe anche una seconda infezione. Potenzialmente potrebbero trasmettere il virus, ma dati alla mano questo non risultano prove significative negli esseri umani. Anche i cani sarebbero fuori pericolo; contrariamente ai gatti non diffonderebbero il virus, e svilupperebbero analoghe difese antivirali. 

I visoni invece devono preoccuparci, ma attenzione agli allarmismi

La decisione di abbattere più di un milione di visoni da allevamento in Danimarca era già emersa il mese scorso. In questi giorni la notizia è ulteriormente emersa: si parla di oltre 17 milioni di esemplari. Un danno non indifferente per l’industria collegata a questo genere di allevamenti. La CNN è tra le prime emittenti a parlare inoltre di un «virus mutato». La cosa si è poi ingigantita nel resto della Stampa, tanto che sarebbe divenuto un «grave pericolo per i vaccini e per l’uomo».

La possibilità che il nuovo Coronavirus sia mutato è stata già verificata. In base allo studio di queste mutazioni è stato possibile stabilire come e quando il SARS-CoV2 si è evoluto nei pipistrelli, prima di colpire anche noi. «Virus mutato» non significa necessariamente che renderebbe i vaccini obsoleti; tutto dipende da quanto sarebbe rilevante tale mutazione, specialmente nella formazione del suo principale antigene, ovvero la glicoproteina Spike (S), che il virus utilizza per infettare le cellule, rendendolo anche riconoscibile a quegli stessi anticorpi, la cui produzione viene stimolata dai vaccini, in vari modi.

Tutto sarebbe cominciato da una conferenza stampa nella quale il Governo danese ha annunciato l’abbattimento massiccio dei visoni. Casi analoghi di infezioni da visoni a persone impiegate nel loro allevamento, si sono verificati anche in Olanda. Tutto è abbastanza documentato, ma niente che riguardi mutazioni rilevanti nei visoni, tali da costituire un pericolo aggiuntivo per noi.

Il virus non è invincibile, ma questo dipende da tutti noi

Sono tanti gli alleati del nuovo Coronavirus; alcuni devono affrontarli i ricercatori impegnati nel mondo, nello studio del nostro sistema immunitario e del modo in cui agisce il virus; altri dobbiamo gestirli noi. Siamo tutti coinvolti. SARS-CoV2 è ad alta trasmissibilità già di suo, inoltre è veicolato da una significativa quota di asintomatici, rendendo necessarie misure di distanziamento sociale e l’uso di mascherine. Le sfide non sono solo sanitarie ma anche economiche; da un lato queste impongono dei compromessi; dall’altro possono stimolare l’innovazione.

Tutto dipende dalla scelta individuale di ciascuno: lamentarsi o reagire. Certamente, se la Covid-19 diventerà endemica forse non dipenderà solamente da noi; fare in modo che questa eventualità risulti irrilevante invece sì. Ecco perché non basta solo il sacrificio di medici e infermieri nei reparti di terapia intensiva, o l’impegno dei ricercatori nello sviluppo di terapie sempre più efficaci; siamo tutti chiamati a fare la nostra parte, applicando semplici regole, che se rispettate da un’ampia quota di popolazione, potrebbero dare una spallata notevole contro il virus, oltre a scongiurare ulteriori misure restrittive.

Foto di copertina: MiroslavaChrienova | Il nuovo Coronavirus nel Mondo.

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