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Se il Coronavirus può mutare perché stiamo cercando un vaccino? Come abbiamo smontato questo falso mito

Il nodo più difficile da affrontare per i ricercatori potrebbe essere un altro: la durata dell’immunità
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Il nuovo Coronavirus come molti virus – specialmente quelli a RNA – è oggetto di mutazioni. Sono stati isolati diversi ceppi e si discute sulla formazione di lignaggi più o meno significativi. E quindi? Se il virus è in grado di mutare vuol dire che non è possibile trovare un vaccino? Sappiamo al momento della mutazione dominante «D614G», che non risulta determinante nelle dinamiche di legame dell’antigene di SARS-CoV2 coi recettori ACE2 delle cellule-bersaglio.

Alcuni hanno voluto scommettere sul plasma dei convalescenti, altri parlano di immunità cellulare, alcuni fino a non molto tempo fa speravano in un virus indebolito, o che se ne sarebbe andato d’estate. Esistono effettivamente già delle strategie farmacologiche e siamo meno impreparati di prima; questo sicuramente sarà una marcia in più. Si è parlato anche di vaccinazioni antinfluenzali, come aiuto nel discernere tra malati influenzali e quelli Covid, ma su questo punto ci sono ancora diversi dubbi, perché non offrono la massima efficacia per tutti, anche nei soggetti anziani. Il tema è effettivamente piuttosto vasto, e non immune da fraintendimenti.

Il vero problema potrebbe essere quello della durata dell’immunità

Sappiamo che i pazienti che superano la malattia sviluppano un’immunità al virus, anche se non sappiamo quanto questa immunità possa durare. Alcune evidenze suggeriscono che sia dell’ordine di qualche mese. I primi vaccini che avremo, probabilmente serviranno comunque a ridurre il numero di casi gravi, analogamente al vaccino antinfluenzale, perché il problema da sventare resta sempre quello del carico negli ospedali.

Se i vaccini che hanno al momento raggiunto le fasi più alte della sperimentazione si dimostreranno effettivamente efficaci e sicuri. Una eventuale mutazione rilevante del virus, non ci impedirebbe probabilmente, di aggiornare di conseguenza il loro target, ovvero l’antigene del SARS-CoV2 (la glicoproteina Spike). Le case farmaceutiche coinvolte nella corsa al vaccino non sono dirette da ingenui. Anche se nessuno può dire al momento di avere trovato il vaccino definitivo – al netto dei proclami – di sicuro tutti gli addetti ai lavori sanno che questa sarà un’arma rilevante nella lotta contro il SARS-CoV2.

«E se il vaccino giungesse in ritardo?» Ecco perché la domanda è sbagliata

Quindi, ammesso che il virus possa mutare, perché le probabilità che questo accada in maniera rilevante sono tanto basse da spingere diverse case farmaceutiche a sperimentare dei vaccini? Inizialmente abbiamo assistito a una ampia produzione di studi sul Coronavirus. E qui spesso i tempi stringenti dovuti all’emergenza sanitaria – trasformatasi nel mentre in pandemia – ci hanno fatto conoscere un nuovo concetto, quello di preprint, ovvero gli studi in attesa di verifica da parte di esperti (peer review), prima della pubblicazione in una rivista scientifica. Successivamente abbiamo potuto invece cominciare a mettere assieme i pezzi, con ampi articoli che prendono in esame la letteratura a disposizione.

Così almeno tre cose cominciamo a saperle con un certo grado di sicurezza:

  • Il 17 marzo è apparsa su Nature una analisi dettagliata della evoluzione che ha portato i beta-coronavirus dei pipistrelli al SARS-CoV2, dimostrando come un’origine artificiale o accidentale sia molto improbabile
  • Il 6 luglio un articolo di The Lancet mostra che la mera presenza di persone guarite dalla Covid-19, per quanto importante nelle dinamiche studiate dagli epidemiologi nel modello SIR, non può da sola garantire una immunità di comunità
  • Il 26 agosto la Royal Society rende disponibile online una review preprint, basata sui migliori studi riguardanti la variabilità genetica del nuovo Coronavirus dimostrando che non emergono evidenze tali da rendere obsoleto un vaccino.

Quanto sappiamo e non sappiamo sulla mutevolezza del virus

Si possono calcolare i tassi di mutazione dei virus a RNA, notoriamente più elevati rispetto a quelli a DNA, inoltre nell’evoluzione abbiamo anche le mutazioni svantaggiose. Anche se avviene una modifica nell’antigene, occorre vedere se questa comporta conseguenze rilevanti nei danni che potrebbe fare o nella sua capacità del patogeno di sfuggire al nostro sistema immunitario.

Leggiamo cosa hanno osservato gli autori del preprint della Royal Society, in merito alle mutazioni nel codice genetico di SARS-CoV2:

«Uno studio basato su 7666 genomi di SARS-CoV-2 che ha fornito una buona copertura temporale e geografica della prima pandemia fino al 19 aprile 2020 ha mostrato che era sorta solo una moderata diversità genetica […] Un sondaggio più recente (Edward C. Holmes, comunicazione personale) ha mostrato che [in media] la distanza (ovvero la divergenza) dai virus campionati più di recente (10 luglio 2020) ai primi virus di Wuhan (dicembre 2019) è di 8 mutazioni nel genoma virale (0,027%) (quantile del 95%, da 1 a 15 mutazioni; 0,003-0,050 %) […] Tuttavia, a causa del breve lasso di tempo del campionamento, questo tasso è probabilmente aumentato dalla presenza di mutazioni deleterie transitorie e può diminuire nel tempo».

A rendere complicata una comprensione delle varie mutazioni di SARS-CoV2 è anche la presenza di diverse linee filogenetiche, diffuse in maniera disomogenea nei diversi Paesi. Abbiamo ad ogni modo nozione delle principali linee, isolate nei vari laboratori impegnati contro la pandemia. Ad oggi abbiamo nozione di piccoli lignaggi unici in alcune regioni del Mondo, ma non risultano significative, una in particolare si ritiene nata in Italia:

«Probabilmente – continuano gli autori – il lignaggio più notevole è quello designato “B1” che è nato in Italia, si è diffuso a livello globale e contiene una mutazione ad alta frequenza al residuo 614 [nella glicoproteina Spike (S)]».

Anche in questo caso però, non stiamo parlando di un lignaggio che possa sfuggire a una eventuale vaccinazione specifica. Vi sono sicuramente alcuni punti del genoma virale che i ricercatori auspicano vengano monitorati in futuro. Questo però non è sufficiente a sostenere che il vaccino non sia la migliore arma che potremmo avere a disposizione. Del resto, la storia dell’epidemiologia ci mostra che abbiamo sconfitto e impedito pandemie ben peggiori, proprio grazie ai piani vaccinali, con buona pace di chi ancora oggi non vuole accettarlo.

Foto di copertina: geralt | La lotta contro la Covid-19.

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