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Un «nuovo studio» mette in dubbio le origini naturali del Coronavirus? Mancano ancora le prove

Se un virus è stato manipolato occorre dimostrarlo con dati ed esperimenti ripetibili
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La rivista BioEssays, dell’editore Wiley, pubblica un articolo dove si sostiene che l’origine artificiale del nuovo Coronavirus non può essere esclusa. Un documento ripreso dalle agenzie stampa, ma che non risulta porti ulteriore argomentazione rispetto a quella già diffusa in passato e che non avevano portato a nulla di concreto. Gli autori dell’elaborato sono gli stessi di un preprint di aprile 2020 intitolato «Is considering a genetic-manipulation origin for SARS-CoV-2 a conspiracy theory that must be censored?», una delle fonti del fantomatico Yan Report sostenuto dall’ex spin doctor di Donald Trump, Steve Bannon, in cui l’autrice e i co-firmatari hanno ignorato palesi evidenze in campo genomico, come spiega a Open il genetista Marco Gerdol, presentando diversi difetti argomentativi.

Per chi ha fretta:

  • Il paper rilanciato dalle Agenzie di stampa non presenta niente di nuovo rispetto alle tesi già note e infondate sull’origine artificiale del nuovo Coronavirus;
  • Il precedente preprint degli stessi autori autori è una fonte del Yan Report, un documento privo di fondamento scientifico sostenuto da Steve Bannon attraverso una virologa cinese di nome Yan Li-Meng.
  • Non esistono tecnologie in grado di mimare le mutazioni puntiformi osservate nei genomi dei Coronavirus noti imparentati col SARS-CoV-2;
  • Non sono state osservate nel genoma del nuovo Coronavirus evidenze di taglia-incolla tali da mostrare una ingegnerizzazione, nemmeno in genomi di BetaCoronavirus emersi precedentemente nella sua filogenesi;
  • Tutta la letteratura più autorevole smentisce un’origine artificiale del SARS-CoV-2. Per maggiori approfondimenti suggeriamo la lettura dell’articolo di Nature Medicine sulla filogenesi naturale del nuovo Coronavirus, tutt’oggi attuale e non invalidato da nuovi studi. 

I «parenti» del virus

L’articolo di BioEssays è una narrazione precedente e sovrapponibile al Yan Report, ma viene presentato come una «news» da diverse agenzie di stampa. Secondo gli autori, l’origine del nuovo Coronavirus sarebbe ancora controversa, ma ancora oggi non c’è nessun dibattito aperto in merito. Alla luce delle analisi genomiche mancano studi che dimostrino una origine artificiale del SARS-CoV-2. Veniamo al contenuto dell’articolo:

«Le analisi genomiche mostrano che SARS‐CoV‐2 – continua il paper – è probabile che sia chimerico, la maggior parte della sua sequenza è più vicina al CoV RaTG13 del pipistrello, mentre il suo dominio di legame al recettore (RBD) è quasi identico a quello di un CoV del pangolino». 

Perché il virus risulti chimerico occorre osservare dei «taglia e incolla» ben visibili nel genoma. Le mutazioni puntiformi lungo tutta la sequenza genetica, che i genetisti usano anche per stimare il periodo di evoluzione, oggi non sono replicabili con nessuna tecnica di manipolazione genetica, nemmeno attraverso la forbice molecolare Crispr-Cas9.

RaTG13 è estremamente importante nello studio della filogenesi di SARS-CoV-2, perché è un BetaCoronavirus – trovato dopo l’emergere della pandemia in un campione di escrementi di pipistrello – che ne rappresenta il più remoto livello evolutivo noto. L’articolo non riporta alcune informazioni note, come il fatto che il RatG13 non è l’unico Betacoronavirus imparentato con quello della Covid-19 come ad esempio il genoma di RmYN02, che rappresenta il livello evolutivo conosciuto più vicino al SARS-CoV-2. Non solo, conosciamo anche i genomi di ZXC21 e ZC45 che hanno un antenato comune col nuovo Coronavirus e RaTG13.

Come avrebbero mascherato la fuga del virus?

Dal momento che tutti i genomi devono essere registrati in database pubblici, per ammettere una possibile ingegnerizzazione a cui sarebbe seguita l’evoluzione verso SARS-CoV-2 nei pangolini (come affermano nel documento) dovremmo ammettere l’eventualità che RaTG13 fosse stato sperimentato in segreto, per poi venire riscoperto accidentalmente in una grotta popolata da pipistrelli – dopo l’emergere della pandemia – e che fossero state mimate mutazioni puntiformi coerenti con quelle di RmYN02, ZXC21 e ZC45. Quindi anche questi sarebbero stati ingegnerizzati?

Alla straordinarietà di quanto suggerito dai ricercatori, non viene contrapposta alcuna evidenza, solo supposizioni che non spiegano come sia stata possibile una cosa del genere con le tecnologie di editing genetico attuali. Gli stessi autori ammettono di essere a conoscenza di un solo studio che possa corroborare la loro tesi, pubblicato sempre su BioEssays, a firma di due autori col medesimo cognome: Karl e Dan Sirotkin.

Il presunto ruolo di Shi Zhengli

Tanto lo Yan Report, quanto il documento da cui avrebbe attinto intere parti, si fanno affermazioni imprecise e non dimostrate sulla virologa cinese Shi Zhengli, una delle principali ricercatrici impegnate nello studio dei BetaCoronavirus e oggetto di una macchina del fango volta a farla apparire l’untrice della pandemia, così come il laboratorio di Wuhan nel quale ha lavorato. Nel paper su BioEssays viene citata come fonte una intervista del divulgatore Jon Cohen a Shi per Science, riportata in questo modo:

«Alla fine di luglio 2020 Zhengli Shi, il principale ricercatore CoV di WIV, in un’intervista via e-mail ha parlato della ridenominazione del campione RaTG13 e ha dichiarato inaspettatamente che il sequenziamento completo di RaTG13 è stato effettuato nel 2018 e non dopo l’epidemia di SARS‐CoV‐2».

Nell’articolo di Cohen la narrazione è un po’ più precisa e non sembra lasciare spazio a dubbi sulla estraneità di Shi riguardo a presunti virus ingegnerizzati da cui deriverebbe SARS-CoV-2. Leggiamo integralmente i due paragrafi finali dell’intervista, nei quali si menziona RaTG13:

«Nelle sue risposte scritte a Science – continua Cohen – Shi ha spiegato in modo molto dettagliato perché pensa che il suo laboratorio sia irreprensibile. WIV ha identificato centinaia di virus dei pipistrelli nel corso degli anni, ma mai niente di simile a SARS-CoV-2, dice. Sebbene molte speculazioni si siano concentrate su RaTG13, il virus del pipistrello che più somiglia a SARS-CoV-2, le differenze nelle sequenze dei due virus suggeriscono che si siano discostate da un antenato comune da qualche parte tra 20 e 70 anni fa. Shi nota che il suo laboratorio non ha mai coltivato virus del pipistrello, rendendo molto meno probabile un incidente».

«Alcuni sospetti si sono concentrati su un’incongruenza di denominazione – conclude l’Autore – Nel 2016, Shi ha descritto una sequenza parziale di un coronavirus di pipistrello che ha soprannominato 4991. Quella piccola parte del genoma corrisponde esattamente a RaTG13, portando alcuni a ipotizzare che Shi non abbia mai rivelato la sequenza completa di 4991 perché in realtà è SARS-CoV-2. Ma Shi ha spiegato che 4991 e RaTG13 sono la stessa cosa. Il nome originale, dice, era per il pipistrello stesso, ma il suo team è passato a RaTG13 quando hanno sequenziato l’intero virus. TG sta per Tongguan, la città nella provincia dello Yunnan dove hanno intrappolato quel pipistrello, ha detto, e 13 per l’anno 2013».

L’onere della prova

Rosanna Segreto, autrice dell’articolo pubblicato su BioEssays, è intervenuta su Twitter quando la virologa Angela Rasmussen mise in evidenza, nel settembre scorso, le potenziali motivazioni politiche del Yan Report. «Un paio di persone mi hanno chiesto cosa penso di questo preprint [lo Yan Report]. Provate a indovinare cosa penso di una conclusione ovviamente motivata politicamente, non supportata da dati, da un istituto di ricerca guidato da Steve Bannon», afferma la Virologa.

Segreto, rispondendo, le chiede di elaborare meglio le sue critiche ottenendo la seguente risposta da Rasmussen: «Nessuno ha escluso l’origine del laboratorio ma, sulla base dell’analisi genomica e della prevalenza di CoV simili alla SARS in natura, è improbabile». 

Ci troviamo di fronte al principale problema in cui cadono i complottisti: nessuno scienziato può dimostrare la non esistenza di qualcosa, come per esempio la fantomatica memoria dell’acqua. Ci possiamo basare solo sui fatti, altrimenti avrebbe valore allo stesso modo tutto e il suo contrario. È chi presenta una affermazione, che contraddice quanto è stato finora accertato, a dover presentare delle prove.

Se si sostiene che il virus sia stato ingegnerizzato, si deve anche spiegare esattamente in che modo: quale parte è stata «tagliata e incollata»? Con quale tecnica nota sarebbe stato possibile rendere il tutto coerente con la filogenesi ricostruita, alla luce di altri genomi di Coronavirus imparentati? È possibile ripetere in un esperimento quanto affermato? Magari usando virus innocui, che colpiscono batteri o modelli animali molto diversi dal nostro. Questo non viene riportato nell’articolo pubblicato su BioEssays e restano valide le spiegazioni dettagliate forniteci dal genetista Gerdol in risposta al Yan Report.

Conclusioni

Risulta legittimo che si debba tenere sempre la mente aperta senza mai abbassare la guardia, sottoponendo a continua verifica ogni evidenza sull’origine naturale del SARS-CoV-2. Il documento pubblicato su BioEssays non dimostra e non riapre il dibattito scientifico, come spiegato nella risposta della virologa Rasmussen: «Nessuno ha escluso l’origine del laboratorio ma, sulla base dell’analisi genomica e della prevalenza di CoV simili alla SARS in natura, è improbabile».

Open.online is working with the CoronaVirusFacts/DatosCoronaVirus Alliance, a coalition of more than 100 fact-checkers who are fighting misinformation related to the COVID-19 pandemic. Learn more about the alliance here (in English).

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