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Coronavirus, come funziona il vaccino a mRNA di Pfizer e perché sembra essere promettente

L’azienda ha annunciato risultati positivi durante la fase più avanzata della sperimentazione. Dal ruolo dell’RNA messaggero al problema della conservazione: le cose da sapere sul farmaco
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Risultati preliminari emersi nei test su larga scala hanno portato la casa farmaceutica Pfizer ad annunciare in un recente comunicato che l’arrivo del vaccino contro il nuovo Coronavirus (in collaborazione con BioNTech) sarebbe sempre più vicino. «È efficace al 90%, secondo i produttori», riporta il Guardian nel lanciare la notizia. Si tratta di un vaccino a mRNA, di quelli raccomandati anche in studi molto recenti come i migliori nel saper suscitare una risposta anticorpale specifica adeguata, alla luce di quanto sappiamo delle nostre principali linee di difesa (poco, ma ci auguriamo che basti). 

Le fasi della sperimentazione

Il vaccino di Pfizer è uno di quelli arrivati alla fase 3 della sperimentazione, ovvero la più avanzata. Come spiegavamo nella nostra guida ai vaccini più avanti nella sperimentazione, abbiamo diversi livelli che devono essere superati, prima di arrivare a un qualsiasi farmaco che possa essere somministrato su vasta scala, garantendo efficacia e sicurezza.

Si comincia da una fase preclinica, costituita da studi in vitro e in vivo, ovvero utilizzando modelli animali adatti allo scopo. Se queste prime fasi vengono superate si arriva a quelle cliniche, chiamando man mano un numero sempre maggiore di volontari. Le fasi sono principalmente tre:

A questo punto il vaccino passa alla Fase I, dove lo si somministra a un piccolo gruppo di persone perfettamente sane, magari del personale sanitario, cominciando a testarne efficacia e sicurezza, cosa che si ripeterà ovviamente nelle fasi successive;

Nella Fase II il numero di volontari a cui si somministra il vaccino comincia a essere più ampio, nell’ordine delle centinaia di persone, divise per gruppi con differenti caratteristiche, almeno uno di questi riceverà un placebo, così da scremare effetti dovuti alla suggestione o ad altri fattori non visti nelle fasi precedenti;

Nella Fase III si fa grosso modo lo stesso genere di test di quella precedente, ma con migliaia di volontari. Diventa fondamentale accertarsi che non vi siano significativi casi di eventi avversi.

Bill Gruber, definito uno tra i migliori scienziati a disposizione di Pfizer, parla di «un grande giorno per la salute pubblica e per il potenziale di farci uscire tutti dalle circostanze in cui ci troviamo ora». La fase 3 ha coinvolto oltre 43mila volontari divisi in due gruppi, a cui è stato somministrato un vaccino in due fasi separate nel lasso di due settimane.

Il primo gruppo ha ricevuto il vaccino vero e proprio, per il secondo è stato utilizzato un vaccino contro la meningite che fungeva da placebo, il tutto in doppio cieco (né i volontari né gli sperimentatori sapevano cosa stavano iniettando), in modo da escludere eventi casuali o eventuali bias da parte dei ricercatori.

Come funziona un vaccino a mRNA

Parliamo appunto di un vaccino a mRNA (RNA messaggero). Sono diverse le case farmaceutiche arrivate alle fasi che utilizzano lo stesso metodo, come ad esempio Moderna. Si tratta di iniettare dei frammenti di mRNA contenenti esclusivamente le informazioni per produrre la glicoproteina Spike (S), ovvero il principale antigene del SARS-CoV2, utilizzato dal virus per prendere di mira i recettori ACE2 delle cellule bersaglio.

In questo modo saranno le nostre cellule a «leggere» questa informazione, producendo gli antigeni. Del resto lo fanno in continuazione, quando dal nucleo il DNA produce mRNA, con informazioni destinate all’attività cellulare; ed è per questo che i virus riescono a «ingannarle», spingendole a leggere il loro genoma – tralasciando il resto -, dirottando ad esempio il lavoro dell’enzima RNA polimerasi, che viene invece monopolizzato nella produzione dei virioni, a scapito della cellula ospite.

Questa infezione simulata stimolerà dunque la produzione dei soli anticorpi specifici, come le immunoglobuline G, la cui permanenza garantisce l’immunità. In questo modo le persone si immunizzano, senza essere infettive, né tanto meno avere i sintomi della malattia. Lo stesso Gruber riferisce che non sono mai emersi durante la sperimentazione eventi avversi significativi.

Il problema della conservazione

L’RNA è una macromolecola piuttosto fragile che, come ci spiegava il genetista Marco Gerdol, necessita di essere manipolata con cura. Altre case farmaceutiche – come AstraZeneca o CanSino Biologics – utilizzano ad esempio dei vettori virali (virus resi innocui e incapaci di infettare), per agevolare il trasporto di un frammento di RNA codificante l’antigene. 

Il vaccino di Pfizer per conservarsi deve stare a -80°C; non di meno, si sta studiando il modo di renderlo resistente per almeno cinque giorni a 4°C, ovvero la normale temperatura di un frigorifero. Bisogna sbrigarsi: il Regno Unito ha già acquistato 30milioni di dosi; l’Unione europea se n’è aggiudicata 200milioni; in Germania si stanno predisponendo centri di vaccinazione con appositi congelatori. 

Pfizer non è l’unica casa farmaceutica il cui vaccino ha raggiunto le fasi più avanzate. Dobbiamo augurarci di ricevere presto altre notizie di questo tipo da parte della «concorrenza», perché il tempo stringe e c’è già chi ci ricorda il pericolo che questo virus diventi endemico, eventualità che sarebbe meglio scongiurare. 

Questo genere di vaccini assicureranno anche una immunità di lunga durata? Non lo sappiamo, ma il problema è un altro: quello di immunizzare nel minor tempo possibile il maggior numero di persone, magari dando la priorità alle categorie più a rischio. Sarebbe un colpo notevole contro la diffusione del virus, ed è al momento la migliore delle soluzioni possibili.

Foto di copertina: EPA/RONALD WITTEK / ANDREW GOMBERT | Logo della casa farmaceutica Pfizer.

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