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Coronavirus. Metà dei test sono falsi positivi? Lo studio, oggi non disponibile, non lo dimostra

Complottisti e sostenitori dell’inesistenza del virus cavalcano uno studio, attualmente scomparso, che non dimostra alcunché
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Il 28 febbraio facevamo notare, rifacendoci a una analisi del professor Enrico Bucci, che a differenza dei kit diagnostici utilizzati in Italia – sviluppati dal Charité di Berlino – quelli americani erano invece difettosi. Del problema trattarono anche anche Nature e il Washington Post

Tutto questo riguarda una prima fase in cui ci preoccupavamo di trovare i “pazienti zero” e risalire ai loro contatti recenti, al fine di impedire al virus di diventare endemico. Oggi la situazione è cambiata, l’epidemia è diventata pandemia, sappiamo più cose e abbiamo vari tentativi e fallimenti alle spalle.

Non di meno, un articolo comparso in una testa americana e uno studio cinese sugli asintomatici, vengono ripresi dai complottisti per negare l’esistenza di SARS-CoV2. Si tratterebbe insomma di un virus creato mediaticamente dai governi, per instaurare dei regimi.

Cosa dicono davvero le fonti dei complottisti

Il caso citato il 5 marzo da Catherin Ho sul San Francisco Chronicle, riguarda Rick Wright. Di seguito il link a un precedente articolo del suo giornale risalente al 26 febbraio

Vengono citati altri esempi simili, che non possono essere rappresentativi del fenomeno nella sua interezza. Tuttavia, queste difficoltà iniziali sono spiegate dalla stessa giornalista:

«Gli esperti affermano che i risultati contrastanti non sono probabilmente dovuti al fatto che il test stesso non è accurato, ma piuttosto perché il virus a volte può apparire più forte in un campione di una parte del corpo, come il tratto respiratorio inferiore, che in un campione di un’altra parte del corpo, come il naso o la gola – o viceversa».

Lo studio scientifico scomparso dalla rete: è stato ritrattato?

Per quanto riguarda lo studio sui falsi positivi, associato alle narrazioni negazioniste del virus, ricordiamo che difficilmente possono esistere dei falsi ricoverati in terapia intensiva. No, non si possono spiegare con la «paura di essere positivi», come suggerito in uno dei siti cospirazionisti che stanno rilanciando queste versioni. 

Inoltre, se proviamo a raggiungere la pubblicazione originale dell’abstract, il browser ci restituisce un “errore 404“. Insomma, per qualche ragione la pagina non esiste più. Su Internet archive risulta che era stato pubblicato un contenuto il 18 marzo alle ore 15:06.

Lo stesso problema è stato fatto notare da un utente su Reddit, avanzando l’ipotesi che l’articolo possa essere stato ritrattato, come è già successo per precedenti studi scientifici di dubbia attendibilità sul Covid-19.

PubMed | Il link diretto alla pagina dello studio scientifico, scomparso dalla rete.

Di cosa parla davvero lo studio?

Diamo il beneficio del dubbio, supponiamo che per qualche altra ragione la ricerca non sia al momento disponibile. Analizziamo cosa comporta esattamente.

Lo studio secondo PubMed risale al 5 marzo, presenta l’abstract in Inglese, mentre il resto è in Cinese. L’introduzione è tuttavia sufficiente a capire cosa la ricerca non dice

«Il tasso di falsi positivi di risultati positivi nello screening non è stato riportato fino ad ora», spiegano i ricercatori, che hanno tentato di colmare questa lacuna, anche se il loro lavoro non può essere considerato esaustivo, infatti «i valori puntuali e le gamme ragionevoli degli indicatori che incidono sul tasso di falsi positivi di risultati positivi sono stati stimati sulla base delle informazioni attualmente disponibili».

Il loro lavoro non riguarda ipotesi sulla inesistenza del virus, ma sull’implicazione dell’esistenza dei pazienti asintomatici nelle dinamiche dell’epidemia. Forse il fenomeno è sovrastimato a causa dei falsi positivi?

«Negli stretti contatti dei pazienti con COVID-19 – concludono gli autori – quasi la metà o anche più degli “individui infetti asintomatici” riportati nello screening del test dell’acido nucleico attivo potrebbero essere falsi positivi».

Parliamo quindi di uno studio basato sui dati a disposizione – per niente esaustivi – per quanto riguarda gli asintomatici, non la popolazione generale degli infetti. Ci rendiamo conto però, che se si è mossi da bias, ovvero da pregiudizi, queste poche righe possono essere interpretate anche in senso complottista. 

Forse perché non sono lette da persone abituate a usare un po’ di senso critico – con sprezzo di situazioni delicate come quella attuale – dove è fondamentale alimentare il senso di responsabilità di tutti, per il bene di tutti.

Il parere degli esperti

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