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Roma, la scuola riparte dimenticando il sostegno ai disabili. «Precari, senza mascherine e senza destinazione» – Il video

Forniscono assistenza agli alunni con disabilità. E oggi non si sono recati in classe per protesta. «Qualcuno ha sentito parlare di questi studenti e dei loro assistenti educativi? Della loro sicurezza? Dei loro diritti?»
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Ivana ha scoperto solo venerdì scorso quando, in quale scuola e con chi avrebbe lavorato a partire da oggi. Germano ancora non lo sa. Non vede i ragazzi con cui lavora da marzo. Da marzo non sa niente di loro. Ivana e Germano sono solo due tra i tanti AEC, acronimo che sta per Assistente Educativo Culturale, cioè chi, a scuola, fornisce supporto e di assistenza agli alunni con disabilità.

Oggi si sono ritrovati con un presidio sotto all’assessorato alla Persona e alla Scuola di Roma Capitale – guidato da Veronica Mammì, successa, nell’era di Virginia Raggi in Campidoglio, a Laura Baldassarre. Chi ha ricevuto la chiamata per oggi a scuola non è andato. In tanti sono ancora in attesa di conoscere il loro destino. Non solo loro, ma anche i ragazzi e le ragazze cui fanno assistenza.

L’assistenza dimenticata

«In sei mesi di emergenza e dibattito si è parlato di banchi a rotelle e distanza interbuccale, tutto il resto è stato delegato all’”autonomia” delle scuole, cioè lasciato all’improvvisazione. In questo nulla di azione qualcuno ha poi sentito parlare di studenti disabili e assistenti educativi? Del loro lavoro? Della loro sicurezza? Dei loro diritti?», si chiede il Comitato Romano AEC.

Il loro lavoro, spiegano, è di quelli in cui è «semplicemente impossibile» mantenere la distanza, «sociale o interbuccale che sia». Ma «non esiste un protocollo univoco: la salute degli AEC/OEPA e degli studenti di cui si occupano (che avranno bisogno di attenzioni e sostegno quest’anno più che mai) è delegata alla noncuranza e all’arbitrio di cooperative che puntano al risparmio e non alla qualità e alla tutela del lavoro».

Già, perché il servizio è, a Roma, almeno in parte esternalizzato «a cooperative che ricevono 20 euro all’ora a operatore, peccato che al lavoratore bene che vada ne arrivino 7», spiegano Ivana e Germano. «Molti nostri colleghi stanno ancora aspettando la cassa integrazione, addirittura da maggio». C’è chi l’ha ricevuta: «Al 60%, ancora meno di quanto ci hanno raccontato in televisione», chiosa Ivana. Germano legge alcune buste paga: una è dell’importo, incredibile, di due euro.

Il servizio ai tempi del Coronavirus

«Nessuno ci ha ancora detto, per esempio, cosa sarà di noi nel caso di un contagio nella classe e quindi di quarantena. È malattia? Oppure rimarremo a casa senza stipendio?», si chiedono. «Siamo pagati a cottimo, quindi se la scuola dovesse chiudere per qualche lockdown generalizzato o localizzato noi rimarremmo nuovamente senza reddito». E poi ci sono quei percorsi, interrotti o in bilico, con i ragazzi e le ragazze che assistono. «Io non sento i miei da marzo. E non so nemmeno se li rivedrò o verrò assegnato altrove», racconta Germano.

«Questa mattina avremmo voluto essere a scuola, in sicurezza ed alle giuste condizioni», dicono dal Comitato. Si sono invece riuniti in assemblea davanti all’assessorato, alla ricerca di risposte «e in vista del voto della giunta, tra un paio di settimane, della nostra delibera che propone di internalizzare di nuovo il servizio», prosegue Germano Monti. Una lotta che va avanti da due anni, ben prima dell’emergenza Covid.

«Da alcune cooperative in questi giorni sono partite comunicazioni di minacce velate a non partecipare oggi all’assemblea», racconta Germano. «A parte che è un nostro diritto, quello che non è chiaro è che noi non intendiamo farci fermare. Non abbiamo più nulla da perdere»

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